Giorno di Festa

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hillary brexit

La furia di Hillary. Looking at the Brexit vote now, it was a precursor to some extent of what happened to us in the United States.” Il 14 ottobre Hillary Clinton all’Andrew Marr Show su BBC One ha detto che la sua sconfitta è anche frutto della vittoria della Brexit. Dopo i Sanders, gli Obama, le donne che tradiscono le donne, i porci maschilisti (tranne suo marito e fino a poco tempo fa Harvey Weinstein) i James Comey e simmetricamente i diabolici russi, si allunga con la Brexit l’elenco di quelli su cui Hillary sfoga la sua furia travolgendo anche il marito appunto già porco poi perdonato ma ora insultato perché non capisce la perspicua analisi hillariana della propria disfatta. A proposito di questa “perspicua analisi” un bel po’ di responsabilità ce l’hanno anche quelli che insistono a sostenere che l’ex disastrosa segretario di Stato è moralmente vincitrice perché ha preso più voti di Donald Trump, che alla fine ha prevalso solo per 10 mila voti in più in Michigan. Prendere un sacco di voti in più in California dove i Repubblicani non mettono neanche un soldo perché il dominio dei Democrats alla “Weinstein” è assoluto, non è la stessa cosa che perdere Stati tradizionalmente “blu” perché non si sa più parlare agli operai. Che non lo capisca una poveretta disperata per la sconfitta, può essere comprensibile. Che insista su questa menata chi se la dà da acuto analista di politica americana, meno.

La difficile sfida di Alfano. “E’ difficile credere che sia davvero una coalizione quella che si formerebbe tra un partito grosso e ingombrante come il Pd e una piccola formazione sotto il 3 per cento quale è l’Alternativa guidata da Alfano” le parole di Stefano Folli sulla Repubblica del 10 ottobre dovrebbero preoccupare Angelino Alfano: alle critiche si può ribattere, ma il ridicolo ti distrugge. Ma del pericolo “ridicolo” il nostro ministro degli Esteri non pare del tutto consapevole così quando al Corriere della Sera del 14 ottobre dice “Noi siamo stati ancora una volta un elemento di stabilizzazione del sistema” dice Angelino. Praticamente tutti sono d’accordo sul fatto che il sistema italiano sia in crisi, e stabilizzare questa crisi sarebbe la geniale strategia alfaniana? Qualcuno dice che persino Matteo Renzi non regga più l’ex ministro degli Interni oggi agli Esteri, e che una frase sull’intervista che il noto politico di Rignano ha rilasciato a Repubblica, sempre il 14, sarebbe rivolta contro lo statista agrigentino: “La coalizione si fa sulle idee comuni, non sulla sistemazione dei posti”.

Del fare uova e del canto della prima gallina. “Ich bin nicht arrogant” così il titolo di copertina dello Spiegel del 14 ottobre: Emmanuel Macron dice di non essere arrogante.

Chi vuol far pesare il proprio paese nella Bce, e chi la Bce nel proprio Paese. “Credo che sia inopportuno che un organo politico si pronunci su un organo di garanzia” così Andrea Orlando commenta sul Corriere della Sera del 20 ottobre il caso Visco. Da questo commento si comprende bene perché siano così mediocri quando non proprio disastrosi i tentativi di riformare la giustizia italiana curati dall’attuale Guardasigilli. Ma come il Parlamento, la massima espressione della sovranità popolare, centrale nella nostra Costituzione, sarebbe “un organo politico” di pari valore di un qualsiasi “organo di garanzia”? Tra l’altro non si comprende come questa valutazione un po’ da analfabeta istituzionale si possa conciliare con il fatto che poi governo con il conforto del Parlamento scelga il governatore di Banca d’Italia. Almeno è più realistica la valutazione di Stefano Folli sulla Repubblica sempre del 20: “Ne esce indebolito il legame tra la nostra banca centrale e la Bce”. Francesi e tedeschi scelgono banchieri centrali che pesino, loro e il loro Paese, nella Bce. Noi dovremmo sceglierne uno che faccia pesare la Bce sul nostro governo. Su tutta la vicenda persino Matteo Orfini, anche lui sulla Repubblica del 20, dice una parola di buon senso: “Non uno che abbia il coraggio di dire che serve continuità in Bankitalia perché in questi anni ha vigilato bene sulle crisi bancarie”. Il punto è che questa corretta osservazione se legittima la richiesta di discontinuità in via Nazionale, non assolve il “se c’ero, dormivo” dei governi a trazione centrosinistra (Monti, Letta, Renzi, Gentiloni) che hanno guidato l’Italia dal 2011. 

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