Giorno di Festa

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merkel governo tedesco

Procedono dunque i tavoli di lavoro, non senza intoppi e a volte contrapposizioni che rasentano la rottura. L’ultimo scontro si è registrato giovedì scorso e ha riguardato le politiche energetiche e la questione migranti. La contrapposizione tra Verdi e gli altri tre partner (CDU, CSU e liberali dell’FDP) era stato così dura, da decidere di far decantare la questione e riaggiornarsi dopo il weekend”. Scrive Andrea Affaticati su Formiche del 4 novembre. La nostra stampa non sa come spiegare le evidenti difficoltà di una nazione e di uno Stato “dove ogni cosa andava benissimo”, perché è in larga misura imbalsamata espressione di un establishment che ha rinunciato, parrebbe quasi definitivamente, a esprimere una vera classe dirigente nazionale, e recentemente ha consolidato questa deriva grazie anche a osservatori già corsari, oggi divenuti punta di lancia di quel panglossismo per cui “tutto va bene nella più perfetta Europa merkellianamente possibile”. E così per informarci è necessario leggere qualche sito Internet intelligente piuttosto che giornaloni (e giornalini) distratti.

Forse per disperazione la Merkel, i verdi e i liberali ce la faranno a formare un governo. Hans-Edzard Busemann e Paul Carrel sulla Reuters del 3 novembre registrano le dichiarazioni della Kanzlerin che esprime fiducia sul fatto che “her conservatives can reach a coalition deal with the Greens and pro-business Free Democrats (FDP)”: possono raggiungere un accordo. Però sempre il 3 novembre sempre i giornalisti citati della Reuters registrano una dichiarazione di Martin Schulz che “ruled out any prospect of resuming the outgoing ‘grand coalition’ if Merkel failed to reach agreement with the Greens and FDP”: esclude ogni ipotesi di riproporre una grande coalizione Spd-Cdu e Csu se le trattative in corso fallissero, e aggiunge. “If Mrs. Merkel can’t put a government together, there must be new elections”. Inizia a correre l’idea di un ritorno a votare.

Anna Sauerbrey, responsabile della pagina delle opinioni del Tagespiegel, in un impegnato articolo sul New York Times del 3 novembre spiega: “Ever since Angela Merkel’s center-right Christian Democrats lost five million voters to the right-wing populist Alternative for Germany in September, mainstream German conservatives have been in a panic. This is not just the usual blame game after a major electoral setback. It’s a long-simmering crisis finally boiling over — and Ms. Merkel is at the heart of it”: da quando la Merkel ha perso 5 milioni di voti per AfD, il cuore del conservatorismo tedesco è nel panico. La Sauerbrey si lancia in un’articolata analisi dei fattori di crisi della Cdu determinati da tendenze di lungo periodo (la globalizzazione che sconcerta le classi medie, la secolarizzazione che colpisce l’elettorato cristiano e l’urbanizzazione che tocca i contadini) fondamentali per capire il peggior “voto” da sempre della Cdu. Ma segnala anche l’errore soggettivo della Merkel di affidarsi alla Leitkultur, alla onda prevalente nell’opinione pubblica, senza tentare vere battaglie culturali.

Come ricorda la Sauerbrey il motto dell’opportunismo merkelliano è “if you can’t beat it, embrace it” se non puoi sconfiggerlo, abbraccialo. Altri leader Cdu potrebbero correggere questa tendenza, secondo la giornalista del Tagespiel, e  si fa il nome di Jens Spahn. Non è inutile, poi, leggere le vicende tedesche alla luce anche di quelle austriache, dove -come spiega un lancio della Reuters del 4 novembre: “Austria’s conservative People’s Party and the far-right Freedom Party (FPÖ) said on Friday they had agreed on a commitment to the European Union and budget discipline as well as cuts in migrants’ welfare benefits as basic policies for a new coalition government”: il partito popolare del prossimo cancelliere Sebastian Kurz e la FPÖ stanno trovando un’articolata intesa. Tra l’altro su un terreno europeistico, però realistico e combattivo non merkellianamente opportunista.

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