Intrigo internazionale

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al-Sisi regeni

Cosa accade alla nostra politica estera in Medio Oriente, sempre più imprevedibile in un mondo multipolare, dove non è più tanto facile distinguere tra amici e nemici? A un anno dalla vittoria di Trump, i media italiani sembrano più nervosi di quelli americani, anche se ormai non vi sono dubbi che l’era Obama è finita.

Uno degli aspetti più clamorosi dell’effetto Trump sulla politica estera del governo Gentiloni è stata la ripresa delle relazioni con l’Egitto e l’invio  al Cairo del nuovo ambasciatore. Com’è noto, Gentiloni come ministro degli Esteri del governo Renzi, aveva invece ritirato l’ambasciatore dal Cairo. La reazione irritata del New York Times che ha dichiarato il 15 agosto che Obama aveva inviato prove esplosive a Renzi sulla responsabilità egiziane nella morte del dottorando Giulio Regeni e la secca smentita di Palazzo Chigi sono la prova di quanto siano cambiate le cose. E’ dalla relazione Obama-Renzi, dai rapporti strettissimi tra il Pd e i dem americani che forse potremmo capire qualcosa dell’affaire Regeni, a cui seguì una reazione eccezionale come la rottura delle relazioni con l’Egitto, un paese con cui l’Italia ha sempre avuto buoni rapporti e con cui stava per firmare considerevoli contratti per la scoperta del giacimento Zohr proprio il giorno della scoperta del cadavere del giovane.

L’Italia ha sempre avuto rapporti significativi  in Medio Oriente, con risultati vitali per il nostro Paese – si pensi soltanto a Enrico Mattei e all’Eni –, ma neppure per l’uccisione di Mattei, uno degli uomini più straordinari della storia italiana, si mobilitarono come per Regeni magistrati e media, né le università promossero giornate commemorative. Per Mattei si è parlato spesso di responsabilità francesi, ma è sempre rimasta una notizia sigillata dal segreto di Stato, come in genere accade in questi casi. Dopo avere per quasi due anni accusato il governo e i servizi segreti egiziani della tragica fine di Regeni, di recente, dopo il ritorno del nostro ambasciatore al Cairo, l’ex premier Renzi ha accusato i docenti di Cambridge di nascondere la verità e per qualche giorno il caso è tornato alla ribalta. Ma nonostante le reticenze e i silenzi della docente Maha Abdelrahman, che seguiva la ricerca sugli ambulanti egiziani condotta da Regeni, l’ipotesi avanzata più volte dai media italiani che il ragazzo di Fiumicello raccogliesse informazioni per i britannici è ingenua, poiché nel Regno Unito si trovano personalità e centri di intelligence competenti in materia di Fratelli Musulmani ed Egitto.

I Fratelli Musulmani ebbero il sostegno britannico per combattere il panarabismo di Nasser, che mirava, come la Lega Araba, fondata al Cairo, nel 1945, a espellere il colonialismo dai paesi arabi. Durante l’arab spring in Egitto, però, furono soprattutto i francesi a schierarsi a fianco di Obama, come poi in Libia e in Siria. E il colpo di Stato del generale Al Sisi contro Morsi e la Fratellanza ebbe il sostegno politico e finanziario dell’Arabia Saudita, alleato storico dei britannici. Nell’ottobre 2015 Al Sisi fu ricevuto a Londra con tutti gli onori, nell’agosto 2014 Renzi era andato al Cairo, lodando Al Sisi, considerato partner importante anche la questione libica. Perché alla scoperta del cadavere del povero Regeni, il governo italiano abbia deciso di fermare anche la firma dei contratti per Zohr, richiamando il ministro Guidi a Roma, e abbia subito accusato il governo di Al Sisi della morte di Regeni, definendo da un giorno all’altro il generale tanto lodato e apprezzato fino ad allora il capo di un regime dittatoriale, un tiranno omicida, con successiva rottura diplomatica è un altro mistero del giallo Regeni, di cui non si verrà mai a capo e certamente sarà sempre oggetto di considerazioni e ipotesi di ogni tipo.

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