Giorno di Festa

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L’amletico Martin Schulz e il granitico Karl Kautski. Martin Schulz, the leader of Germany’s Social Democratic party, has said he will not stand in the way of his party forming a ‘grand coalition’ with Angela Merkel’s conservatives, signalling a potential end to a lengthy deadlock over the formation of a new German government” Kate Connolly The Guardian 25 11 Mr Schulz is now facing open revolt in his Social Democratic Party (SPD) as many of his MPs want to give a lifeline to Mrs Merkel and form a coalition with the Christian Democratic Union”. Laura Mowat sul Sunday Express del 26 novembre è una dei tanti giornalisti che descrivono il povero Schulz come un leder dei socialdemocratici che non sa che pesci prendere: “No alla grande coalizione, anzi, sì, anzi facciamo un bel referendum, poniamo soprattutto l’Europa anzi no, proponiamo condizioni inaccettabili”. Un leader insomma che sembra ormai sull’orlo del licenziamento. Però, scontato questo quadro, si può dire che “la Spd è precipitata nella peggiore crisi amletica della sua storia” come scrive Tonia Mastrobuoni sulla Repubblica del 26 novembre? I giudizi storici hanno sempre un loro tasso di relatività, ma magari provocare quella macelleria che è stata la Prima guerra mondiale votando i crediti di guerra richiesti dal Kaiser Guglielmo, non so se è stato più amletico, certo che, senza dubbio, è stato molto più impegnativo che fare l’ennesimo pasticcio con Angela Merkel.  

Ps. Massimo Riva sulla Repubblica del 6 dicembre scrive: “Ora al nuovo leader della Spd, Martin Schulz, si apre l’opportunità di riscattare il grigiore subalterno del quale è stato prigioniero il suo partito nell’ultima esperienza di governo” affidarsi alla brillantezza dell’ex presidente del Parlamento europeo fa venire in mente una famosa battuta milanese: “Se mio nonno avesse il trolleysarebbe un tram”.

Aprire agli arabi (e, al seguito, ai palestinesi) ma da alleati senza remore di Israele. Mr. Trump boasts of being a consummate dealmaker, but dealmakers don’t usually make concessions before negotiations begin, as the president has here”. Con un editoriale della direzione del New York Times del 6 dicembre ci si chiede come mai Trump che fa tanto lo sbruffone sulle sue capacità di raggiungere accordi, invece di mediare tra Benjamin Netanyou   e l’Autorità della Palestina, faccia subito concessioni al primo. Il fatto è che questa idea di mettere sullo stesso piano uno storico alleato e un’istituzione che ha largamente flirtato con il terrorismo, non è la via per negoziare seriamente. Solo la determinazione in una situazione in cui l’Arabia Saudita apre una finestra a un nuovo possibile accordo farà fare un passo in avanti. Solo atti di fermezza, tipo questo più recente di Trump, potranno costringere Abu Mazen ad accettare quello che Riad gli ha già proposto. D’altra parte anche il quotidiano liberal newyorkese ricorda (sempre il 6 dicembre)  con Samuel Rosner, direttore del Jewish Journal come la scelta di Trump (d’altra parte anticipata dalla Russia che ha già la sua ambasciata a Gerusalemme)  sia  “a sign of support — and a recognition of reality” un segno di solidarietà e di riconoscimento della realtà.

Ma così facendo, non si stanno isolando gli americani? Ci si chiede ancora sul New York Times del 5 dicembre e con Gardiner Harris si racconta come “In a brief public appearance beside Mr. Tillerson, Federica Mogherini, the European Union’s top diplomat, gave the kind of stone-cold statement of facts that she would normally provide standing beside her Russian counterpart, not the American one” un’ingrugnita Federica Mogherini in un rapido incontro a Bruxelles abbia trattato Rex Tillerson più come un russo che come un americano. Non si preoccupi il segretario di Stato degli Stati Uniti, la Mogherini sorride solo con gli ajatollah. E più in generale lei e il frenetico Emanuel Macron hanno “il difetto di dire soltanto che cosa non bisogna fare” come osserva con intelligenza sul Corriere della Sera del 6 dicembre Paolo Lepri, con un atteggiamento ben diverso dalla scomposta agitazione espressa da Bernardo Valli sulla Repubblica sempre del 6: “Provocazione, violazione del diritto internazionale, violenza in arrivo”.

Il famoso soviet di Cicchitto. “Non siamo una sorta di soviet” dice Fabrizio Cicchitto al Corriere della Sera del  26 novembre. Il famoso soviet cicchittiano dei Sancho Panza, dei Barnum e dei Brancaleone.

Fassino ne faceva una giusta cercando di licenziare Travaglio, ma questi si vendica ricordando una tipica geniale fassinata su Grillo. “Anche a causa della rubrica del sottoscritto di cui auspicava il licenziamento” sul Fatto del 20 novembre Marco Travaglio ricorda come Antonio Padellaro, allora direttore dell’Unità e poi socio del nuovo quotidiano giustizialista con M.T. (l’incontrastata star dei manettari) venisse incalzato dall’allora segretario del Pds perché licenziasse lo stesso Travaglio allora titolare di una rubrica sul quotidiano fondato da Antonio Gramsci. Ma guarda te, il Fassino! Allora qualche scelta quasi coraggiosa l’ha quasi fatta in vita sua (“quasi” perché poi Marcolino nostro non fu licenziato). Non passano due minuti dalla parziale rivalutazione del politico battuto da Chiara Appendino, e leggendo ancora il noto Saint Just alla bagna cauda, ci viene ricordata questa frase dell’ambasciatore preferito di Matteo Renzi rivolta all’inventore del M5S che allora voleva partecipare alle primarie del Pd: “Se Grillo vuol far politica, fondi un partito e vediamo quanti voti prende”. E subito ritroviamo la genialità tipica di Pierino, il giovane più avvizzito (o l’avvizzito più giovane?) della politica italiana.

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