Due pesi, due misure

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bce-rischio derivati

Il rapporto sulla stabilità finanziaria pubblicato pochi giorni fa dalla Banca d’Inghilterra ha sottolineato come le principali banche britanniche abbiano superato tutte quante gli ultimi stress test grazie agli aumenti di capitale condotti in precedenza assicurando stabilità a tutto il sistema bancario del Regno Unito. Tuttavia, secondo il rapporto, alcune nubi si addensano sugli istituti di credito inglesi e per la Banca d’Inghilterra ciò è dovuto alle possibili conseguenze che potrebbero concretizzarsi a seguito del negoziato sulla Brexit. Il punto centrale è quello delle operazioni transfrontaliere che le principali banche britanniche hanno già in essere con controparti dell’Unione Europea, soprattutto per quanto riguarda i derivati. Infatti, secondo i dati più recenti quest’ultimi ammontano complessivamente ad un valore nozionale di 26.000 miliardi di sterline e rappresentano un problema potenziale per entrambe le parti in questione. Un problema potenziale ma non troppo lontano nel tempo se si pensa che poco meno della metà, circa 12.000 miliardi di sterline, andranno a scadenza nella seconda metà del 2019 e quindi dopo l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea sollevando, pertanto, numerosi interrogativi su una questione che sotto il profilo giuridico rischia di risultare alquanto complessa e difficile da dirimere.

Ma l’aspetto più importante che sembra emergere dal rapporto della Banca d’Inghilterra va oltre quella che è la questione giuridica e riguarda, invece, il fatto dell’ammontare complessivo di derivati che le banche del Regno Unito, e non solo, anche quelle europee, in particolare del nord Europa, hanno all’interno del loro bilancio. Già circa due mesi fa, la società di rating Moody’s aveva espresso le proprie preoccupazioni attraverso un report nel quale si evidenziava come, malgrado la crisi economica degli ultimi dieci anni, frutto degli eccessi registrati sui mercati finanziari negli anni precedenti, ci siano in Europa 5 grandi gruppi bancari che contengono all’interno dei loro bilanci strumenti finanziari altamente speculativi, tra cui i famigerati mutui subprime, per un totale di 549 miliardi di dollari, 303 miliardi di dollari nei bilanci del gruppo Barclays, 133 miliardi in quelli di  Royal Bank of Scotland, 57 miliardi e 56 miliardi rispettivamente nei bilanci dei gruppi svizzeri Ubs e Credit Suisse e, infine, 5,8 miliardi in Deutsche Bank, per la quale l’esposizione era molto più alta ma che è riuscita nel corso degli anni a ridurla.

Per certi versi tutto ciò rappresenta il lascito di quella che è stata la crisi del 2007, in altri termini l’impossibilità da parte di questi istituti di ricollocare sul mercato questi titoli se non a prezzo di una profonda svalutazione vista la loro pericolosità o tossicità, con conseguenze negative rilevanti anche sul livello di patrimonializzazione di queste banche e con ricadute che possono determinare un effetto a catena su tutto il sistema bancario europeo destabilizzandolo nuovamente. Un problema che dovrebbe essere posto al centro dell’attenzione degli organi di supervisione bancaria e di vigilanza per evitare che ai primi segnali di difficoltà le conseguenze possano essere ancora più serie.

Per questi motivi appare alquanto singolare la concentrazione della Banca Centrale Europea nei confronti dei NPLs (Non Performing Loans), non perché il tema non meriti un’adeguata soluzione, ma perché il campo di analisi dovrebbe essere ampliato per tenere conto anche del pericolo che possono rappresentare i derivati ancora presenti nei bilanci bancari di alcuni grandi gruppi europei. Concentrare l’attenzione solo sui crediti problematici chiedendo ulteriori accantonamenti a copertura dei rischi d’insolvenza avrà come effetto principale quello di ostacolare ancora di più l’attività creditizia, come conseguenza di un atteggiamento più prudente e di ricerca di migliori requisiti di capitale, deprimendo ancora di più quella che è l’attività produttiva dell’economia reale, verso la quale sono maggiormente esposte le banche del sud Europa dell’unione bancaria.

Forse sarebbe opportuno, almeno per una volta, che la priorità degli interventi posti in essere per mettere ancora più in sicurezza il sistema bancario fossero rivolti prima di tutto agli istituti bancari che detengono un considerevole ammontare di derivati, visto che proprio il ricorso a tali pratiche finanziarie ha determinato l’ultima crisi economica e che la dimensione degli istituti coinvolti è tale da rappresentare una seria minaccia a tutto il sistema a livello internazionale. Sarebbe questo un messaggio che rappresenterebbe una decisa smentita per coloro che pensano che esista un pensiero economico unico dominante che vede nella finanziarizzazione sempre più spinta dei mercati e nell’univocità dei modelli bancari la soluzione dei problemi e l’approccio migliore per promuovere crescita e stabilità. Un auspicio che purtroppo rischia di rimanere tale se anche in questo caso, come già avvenuto in passato, il pensiero unico, a dispetto degli insegnamenti della storia e del buon senso, alla fine, riuscirà ancora una volta ad avere la meglio.

 

* Segretario Generale Associazione Nazionale fra le Banche Popolari

CommentiCommenti 3

Eliseo Malorgio (non verificato) said:

Questo articolo, essenzialmente dice la verità, ma non tutta. E non la dice in modo chiaro. Il giornalista usa un linguaggio accessibile solo ai banchieri (notoriamente privi di principi morali e di senso di giustizia nei confronti dei cittadini). "La tossicità dei "non performing loans". Ma che cosa vorrà dire?
Te lo dico io che cosa significa: "La velenosità dei crediti che (come tutti sanno) non saranno pagati". issime". Sono preoccupati adesso di quel che potrà succedere quando verranno alla scadenza una caterva di titoli pudicamente definiti "tossici".