Giorno di Festa

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Alfano-Pisapia

Essere o non essere? Non esserci, senza alcun dubbio. La strada l’ha aperta un personaggio politico che dell’evanescenza ha fatto sempre il suo tratto essenziale, quando era nella Fiom torinese, ad esempio, si dice che non firmasse mai un contratto, così Fausto Bertinotti  dice a Huffington Post Italia del 17 novembre: L’ipotesi di astenersi dal partecipare alle prossime elezioni politiche da parte delle sinistre è una tendenza necessariamente minoritaria”. Minoritaria ma che piace al segretario di Rifondazione comunista (per gentile concessione di Armando Cossutta) che così risolve il dilemma di Amleto: essere o non essere. Sicuramente non esserci. A ruota segue Angelino Alfano che annuncia così il suo “ritiro” ricordando che lui c’era quando il Paese rischiava di andare giù per un precipizio” (dichiarazione dall’agenzia Dire del 6 dicembre). La drammatica frase sul “precipizio” ricorda una vecchia barzelletta sovietica che recitava così: “il capitalismo ha portato l’umanità sull’orlo del baratro, noi comunisti le faremo fare un passo in avanti”. Naturalmente il più lucido come spesso accade in questo trionfo del “non esserci” è Giuliano Pisapia di cui il Manifesto del 6 dicembre, articolo di Daniela Preziosi, riporta questa frase di commiato dall’alleanza con Matteo Renzi: “Se non c’è neanche la possibilità di discuterne in aula noi non possiamo mobilitare il nostro mondo; le Ong, il volontariato e il terzo settore. E Laura Boldrini” chi se non il perfetto rappresentante del “non esserci” può evocare sui motivi della “non” scelta “l’impossibilità di mobilitare Laura Boldrini”? Non dimentichiamoci poi Carlo Calenda già vice di quella eminente personalità della cultura e dell’etica, nonché indimenticabile presidente di Confindustria, che è stato Luca Cordero di Montezemolo, che annuncia la sua non candidatura alla Reuters il 6 dicembre con qeueta frase: “Ma mi sono chiesto: c’è un grande partito riformista in cui discutere? Oggi non c’è, ho sperato che potessere essere il Pd ma non penso che lo sia né che lo voglia”. Quell’antico protagonista della tragica stagione dello stalinismo che fu Palmiro Togliatti commentava così la rottura con il partito comunista di uno dei più grandi protagonisti della cultura dell’immediato post Seconda guerra mondiale, Elio Vittorini, riprendendo un testo di una canzone napoletana: “Vittorini se n’è ghiuto / E soli ci ha lasciato!”. Naturalmente il Pci togliattiano non restò solo e d’altra parte il fantastico editore del Politecnico non meritava il sarcasmo stile moscovita di Togliatti. Ora invece Matteo Renzi sta veramente rimanendo “solo” e nel contempo quelli che lo lasciano (i Pisapia, gli Alfano, i Calenda) per le loro qualità personali, meritano qualsiasi sarcasmo sia a disposizione per criticarli.

I maestri del “pensar male” (degli ultimi anni). E i maestrini del “pensar male” (degli anni precedenti). Del ‘pensare male’, quell’astioso e poco nobile attribuire agli altri cattive intenzioni, animo sudicio, doppiezza congenita, calcolo inconfessabile, i cinquestelle sono stati, negli ultimi anni, gli indiscutibili maestri”. Così scrive Michele Serra sulla Repubblica del 25 novembre. Senza dubbio negli ultimi anni maestri del “pensare male” cioè dell’astioso e poco nobile attribuire agli altri cattive intenzioni, doppiezza congenita, calcolo inconfessabile, sono stati i grillini. E prima degli ultimi anni? Beh, un bel maestrino storico del “pensare male” cioè dell’astioso e poco nobile attribuire agli altri cattive intenzioni, doppiezza congenita, calcolo inconfessabile, può essere senza dubbio considerato lo stesso Serra.

Editori angelizzati ed editori diabolici. “Time magazine has taken on heightened significance in the deal thanks to the involvement of the Kochs. Through their private equity unit, they are contributing $650m in exchange for preferred equity that gives them a 10 per cent stake in the company and pays an 8.5 per cent cash dividend. The Kochs’ long history of promoting a free-market agenda by funding conservative politicians, think-tanks and academic programmes has fuelled speculation about their motives: will Time become another vehicle of influence?”. Shannon Bond e James Fontanella-Khan scrivono sul Financial Times del 27 novembre su quanto peserà l’influenza  “conservatrice” dei fratelli Koch nel gruppo Time Inc e sul suo storico settimanale. Lo fanno con lo stile di quelli che conoscono il business della carta stampa e il ruolo “legittimo” degli editori. Giuseppe Sarcina invece scrive sul Corriere della Sera del 28 novembre che: “La chiave di lettura più semplice è che il blocco conservatore economico-finanziario si stia muovendo con l’obiettivo di addomesticare le voci più critiche dei media”. In quell’”addomesticare” c’è tutta la differenza tra l’articolo corrierista e quello del Financial Times, tra un’attitudine propagandistica e un’analisi seria.

Una strana autodifesa bankitaliota non proprio superistituzionale.“Siamo costretti a spiegare come stanno le cose”. Enrico Marro sul Corriere della Sera dell’1 dicembre riporta questa frase di un dirigente di Bankitalia tutto scocciato perché si osa chiedere “spiegazioni” a quelli di via Nazionale. Insieme nell’articolo di Marro e su altri quotidiani si citano fonti dell’istituto guidato da Ignazio Visco in cui si fa notare come il pm di Arezzo Roberto Rossi che ha segnalato qualche scarsa lungimiranza bankitaliesca nel voler sposare la Popolare di Vicenza con banca Etruria (tesi smentita dagli uomini di Visco) sia stato un consulente del governo Renzi. Se le smentite sono argomentate ben vengano, però il tasto dei controllori condizionati dai controllati se fossi un bankitaliota eviterei di usarlo dopo il lungo elenco già emerso dei controllori assunti dai controllati. Certo se persino un uomo così coraggioso come Pierferdinando Casini (che d’altra parte chiedendo qualche seggio, deve dare qualcosa in cambio a Matteo Renzi) dice al Corriere della Sera del 2 dicembre che talvolta “la vigilanza non ha funzionato”, un bel po’ di pasticci devono essere avvenuti. Naturalmente non ha tutti i torti Massimo Franco quando riferendosi a quel teppista di Renzi dice, sempre il 2 dicembre sul Corriere, come un certo modo di fare polemico (appunto teppistico) “sgualcisce perfino di più il profilo di un partito di governo che tende a far passare in secondo piano le sue responsabilità verso le istituzioni”. Però anche il profilo di una stampa che non sa mai registrare “tutti” gli errori in campo (pur ben ispirata nell’evitare demonizzazioni e teppisti) un po’ si sgualcisce.

 

 

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