Incitazione alla violenza

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“Oggi...non abbiamo altra scelta che alzare lo slogan, il suono, i pugni e l'urlo: Morte all'America! Dichiarare una guerra globale all'America e ai suoi interessi ovunque”.

Così scriveva il 7 dicembre scorso il giornalista Ibrahim Al Amin sul quotidiano palestinese “Al Manar” (il Faro), la seconda testata on line più letta in Palestina e considerata vicina ad Hezbollah, all’indomani della decisione del Presidente Usa Donald Trump di spostare l’ambasciata a Gerusalemme.

Se tra i lettori dell’articolo, ancora visibile, ci fosse anche Akayed Ullah, il 27enne originario del Bangladesh arrestato ieri con l'accusa di avere organizzato e provato a eseguire l’attentato nel sottopassaggio che mette in comunicazione le stazioni di Port Authority e Times Square della metropolitana di New York, non è dato saperlo, ma quel che è certo è che l’attentato di ieri, per fortuna fallito, potrebbe essere solo l’inizio di una nuova escalation di violenza. Non solo in Medio Oriente e non solo tra musulmani e Occidente, ma anche tra sunniti e sciiti.

“La vera battaglia”, proseguiva infatti Al Amin, “è con l'America prima di Israele. Oggi, tutti gli arabi devono scegliere: l'America o Gerusalemme! Chiunque scelga Gerusalemme deve sapere che la battaglia richiede un'alleanza con tutti coloro che si oppongono all’America. Deve capire che incitare la gente in America significa invitarla a opporsi e combattere con ogni mezzo...uccidere ogni soldato americano di fuori dei confini del suo paese, e l'occupazione delle ambasciate americane in tutto il mondo. Per espellere dal nostro paese ogni impiegato americano, diplomatico, politico o di altro genere…Coloro che scelgono Gerusalemme devono lavorare per rendere gli americani consapevoli del fatto che la loro responsabilità è grande e che pagheranno il prezzo delle loro politiche”.

Lo stesso giornale non si ferma però alla pubblicazione di questa incitazione all’odio nei confronti degli Stati Uniti, ma indica anche nella monarchia Saudita (sunnita) l’alleato degli americani in Medio Oriente contro il popolo palestinese. In un altro articolo pubblicato oggi viene infatti denunciato il “century deal”, l’affare del secolo, tra gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita. Un “affare” che prevedrebbe per il regno arabo non solo un ruolo di intermediazione con l’Autorità palestinese per spingerla a sostenere il piano di Trump, ma anche una “normalizzazione dei rapporti con Israele”.

La ”normalizzazione dei rapporti con Israele”, perseguita dal principe ereditario saudita Mohammed bin Salman avrebbe, secondo “al Manar” due motivi: il sostegno americano in vista della successione e “essere sempre più chiaramente e apertamente alleato di Israele”, “per aprire le porte alla partecipazione di Israele ai grandi progetti economici”, primo fra tutti la costruzione della nuova avveniristica città Neom, un progetto da 500 miliardi di dollari. 

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