Incongruenze

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«C'è una ragione in tutto, perfino nella legge» scriveva Herman Melville nel suo “Moby dick” per dar conto polemicamente della singolare e surreale disposizione, del tutto priva ingiusta e di senso, per cui ai pescatori inglesi veniva imposto il diritto della Corona britannica di pretendere che la balena pescata fosse divisa in due parti, la testa da destinare al Re e la coda alla Regina, lasciando così soltanto scarni resti del gigante marino del tutto inutilizzabili dai poveri e affaticati pescatori. Così, in un analogo senso, accade con la recente legge in tema di DAT appena approvata dal Senato, talmente scarnificata nella sua ragione giuridica e così densa di paradossi e imprecisioni da ritenere che la sua unica ragione consista esattamente nel non possedere alcuna ragione. Posto che nessuna legge è perfetta e che tutte sono sempre perfettibili, occorre, tuttavia, riconoscere che vi sono leggi peggiori di altre e peggiori di come avrebbero potuto e dovuto essere, per cui non possono che essere fonte di dubbi, perplessità e forti preoccupazioni almeno tre aspetti della predetta legge in tema di DAT.

In primo luogo: la suddetta legge contempla la possibilità per il medico, in seguito ad espresso consenso del paziente, di interrompere i trattamenti di sostegno vitale come l’alimentazione e l’idratazione, ma – in un imbarazzante silenzio – non contempla la ventilazione. Considerando che, secondo l’antica saggezza della ermeneutica giuridica occidentale, ciò che la legge ha voluto lo ha previsto, ma ciò di cui ha taciuto non lo ha voluto, significa che la ventilazione non potrebbe essere oggetto di rifiuto o rinuncia. Detto diversamente, non si potranno più ripetere nuovi casi Englaro, ma – stando al tenore letterale della legge – si potranno, invece, ripetere nuovi casi Welby; tipica disattenzione di chi, come il legislatore italiano ha spesso l’interesse a fare le cose presto, piuttosto che a farle non tanto “bene”, ma quantomeno ponderate. Quindi, proprio il nuovo testo normativo che sarebbe dovuto essere vocato a prevenire incertezze e conflitti, sarà esso stesso causa di incertezze e conflitti, cominciando da quelli interpretativi intorno al silenzio sulla ventilazione che per alcuni potrebbe essere ricompresa, ma non per altri.

In secondo luogo: la legge approvata si apre richiamando gli articoli 1, 2 e 3 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea in tema di tutela del diritto alla vita, alla salute, alla dignità e all’autodeterminazione della persona, ma, con una evidente mancanza di sistematicità normativa e di biasimevole noncuranza per la tutela dei diritti fondamentali, nessun richiamo diretto o indiretto, esplicito o implicito, è previsto nella legge né in riferimento al comma 2 dell’articolo 10 della stessa Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea, né in riferimento all’articolo 9 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, né in riferimento all’articolo 18 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo tutti volti a riconoscere e tutelare la libertà di coscienza e l’obiezione di coscienza. La legge in tema di DAT, anzi, lungi dal riconoscere la libertà di coscienza del medico prevedendone l’obiezione, sembra proprio chiudere la via ad ogni eventuale libertà in tal senso, stante il tenore letterale del comma 9 dell’articolo 1 secondo cui anche le strutture private (non si sa bene quali se cioè tutte o soltanto quelle convenzionate con il Servizio Sanitario Nazionale) devono garantire l’applicazione dei principi dettati dalla legge sulle DAT. Su questo gravissimo silenzio del testo di legge si potrebbero ben presto creare contenziosi circa la sua palese illegittimità costituzionale, posto che sia il Comitato Nazionale per la Bioetica, sia la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, sia soprattutto la Corte Costituzionale hanno espressamente riconosciuto il diritto all’obiezione di coscienza come diritto umano fondamentale e costituzionalmente tutelato.

In terzo luogo: l’art. 4 comma 5 della legge prevede che il medico possa disattendere le DAT in tutto o in parte qualora esse appaiano palesemente incongrue; tuttavia, non si precisa né in base a quali modalità e tempistiche debba essere verificata questa incongruità, né i criteri su cui si dovrebbe sostanziare un tale giudizio, aprendo la strada così per l’arbitrio più assoluto poiché ciò che può apparire incongruo per qualcuno potrebbe non esserlo per qualcun altro; così, la stessa situazione potrebbe essere incongrua per un medico di Palermo, ma non per uno di Milano, o incongrua per un fiduciario e non per un altro, o incongrua per il Tribunale di Torino, ma non per quello di Napoli.

Insomma, dal precedente pur sommario quadro ricognitivo emerge con estrema chiarezza non tanto che la legge in tema di DAT sia perfettibile similmente a qualunque altra legge, quanto piuttosto che essa difetti di una reale sostanzialità giuridica non soltanto perché diversamente da altre leggi riguarda la vita delle persone con una superficialità incredibile, ma anche e soprattutto perché la sua mancanza di sistematicità, la sua assenza di raccordo con i principi generali dell’ordinamento, la sua disarmonia con le tutele costituzionali più elementari, la sua sovrabbondante somma di silenzi causa certa di contese interpretative, la qualificano più come una accozzaglia di norme che come una vera e propria legge, in ogni caso opposta a quella sete di tutela e certezza che lo stesso legislatore con essa si era augurato di concretizzare.

In conclusione, dunque, risuonano con chiarezza nella memoria le parole di chi, diversamente dal legislatore italiano afflitto da una insolita e caparbia sciatteria giuridica, di leggi se ne intendeva sicuramente di più, cioè quel barone de Montesquieu il quale aveva giustamente osservato che «vi sono leggi che il legislatore conosce così poco, che sono contrarie allo scopo ch’egli si è proposto».

CommentiCommenti 3

Eliseo Malorgio (non verificato) said:

In nessun caso le leggi dovrebbero offendere o contraddire i principi fondamentali del diritto. Queste norme fondamentali, a noi paiono ovvie, e addicentesi perfettamente alla condizione umana.
Noi la pensiamo in questo modo essendo stati educati nella cultura romano cristiana in sintonia col giurista romano Ulpiano e col grande filosofo Seneca. Ma non tutti la pensano cosÌ.