Il voto dopo il referendum

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La secessione della Catalogna continuerà dopo il referendum del primo ottobre scorso o la rivendicazione unilateralista dei separatisti di Barcellona si è rivelata un fallimento? Se il voto in Catalogna doveva dare una risposta a questo interrogativo, per adesso gli exit poll mostrano che la Spagna continuerà ad essere un Paese tormentato. Dagli exit poll risulta infatti che il partito degli unionisti filo-Madrid di Ciudadanos è la prima forza politica catalana ma la galassia delle formazioni indipendentiste potrebbe avrebbe la maggioranza (risicata) nel parlamentino locale. Si tratta perà di partiti divisi e che si oppongono con veti reciproci, un segnale di ingovernabilità.

La Borsa inglese e quelle europee, Milano compresa, non sembrano tremare troppo e l’instabilità a questo punto è tutta politica. Il fronte indipendentista, mezzo esiliato, mezzo incarcerato, avrà la forza per assicurarsi una salda maggioranza? Si spera in Podemos, ma il “popolo indomabile” evocato ieri dall'ex presidente della Generalitat catalana, Puigdemont, ora a Bruxelles per sfuggire a un mandato di cattura spagnolo, è più incerto di come viene rappresentato. L'ipotesi più probabile è che i tre partiti indipendentisti cerchino di formare un nuovo governo, ma i due principali candidati alla presidenza - Puigdemont e Junqueras - sono uno in esilio e l'altro in carcere. Si apre quindi il problema della elezione del presidente, prevista per aprile, dopo l'insediamento del nuovo parlamentino catalano. Se non si riuscisse a eleggere il nuovo presidente, scatterà lo scioglimento automatico dell'assemblea con nuove elezioni a fine maggio.

Per il premier spagnolo Rajoy l'ultima grana è invece l'ottimo risultato di Ciudadanos, a fronte di un crollo dei popolari in Catalogna. Un risultato che secondo gli osservatori sarebbe destinato a ringalluzzire le ambizioni del giovane leader di Ciudadanos, Albert Rivera, che mira ad essere l'alternativa a Rajoy. La secessione catalana nasce certamente dalla attuale polarizzazione europea tra grandi organismi come la Ue e rivendicazioni particolaristiche (il ritorno delle ‘piccole patrie’), ma va ricordato anche che una delle richieste storiche di Barcellona è soprattutto la questione della autonomia fiscale. In questo senso, bisogna ammettere ancora una volta bisogna dire che il caso italiano ha funzionato meglio. Con meno scossoni e rischi di instabilità a livello europeo e internazionale, il modello dei referendum italiani del lombardo-veneto dei mesi scorsi insegna che le spinte autonomiste, con le loro motivazioni economiche, non devono per forza avere una deriva pericolosa per la stabilità democratica dei Paesi europei.

La Catalogna, scegliendo la strada della secessione, con una leadership indipendentista che anche alla luce del voto non sembra avere ancora piena e ampia legittimazione nel Paese, rischia di restare isolata dalla Spagna e dall’Europa, tutto questo con un debito pubblico non secondario. Qualcuno nelle borse internazionali forse si sta sfregando le mani.

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