Gerusalemme capitale

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Trump-Eurabia-Israele

L'approvazione all'Assemblea generale dell'Onu della risoluzione che condanna la decisione degli Stati Uniti di spostare l'ambasciata israeliana a Gerusalemme segna il più alto grado di divisione tra Stati Uniti e democrazie europee dall'inizio del scondo dopoguerra. Nessun paese del vecchio continente, tanto meno membro della Ue, ha votato contro. Tutti favorevoli salvo 6 dei 35 astenuti (tutti stati dell'Europa orientale: Bosnia, Croazia, Romania, Repubblica Ceca, Polonia e Ungheria) e qualche assente.

In passato anche quando la distanza tra le due sponde dell'Atlantico era sembrata allargarsi a dismisura – cioè in occasione dell'intervento armato degli Stati Uniti in Iraq deciso da George Bush Jr nel 2003 – alla posizione nettamente contraria presa da Germania e Francia aveva fatto da contraltare un appoggio netto alla linea di politica estera americana da parte degli stati europei aderenti alla cosiddetta "coalizione dei volenterosi – da Gran Bretagna, Spagna e (più cautamente) Italia ai paesi slavi e baltici. Successivamente, la politica di relativo disimpegno e di ambiguo leading from behind messa in atto da Barack Obama rispetto a Mediterraneo e Medio Oriente aveva attutito (o nascosto sotto il tappeto) i contrasti.

Ora, nel momento in cui Donald Trump – che all'inizio del suo mandato veniva ritenuto fautore di una linea isolazionistica e di un più stretto raccordo con la Russia putiniana – riafferma invece un atteggiamento classicamente presenzialista, da superpotenza attiva, sullo scacchiere mediorientale, rinsaldando i legami con Israele e cercando soprattutto di isolare l'Iran e i suoi emissari di Hebollah e Hamas, il dissidio riesplode nella forma più clamorosa. Anche il Regno Unito – archiviando definitivamente la special relationship con gli Stati Uniti - si è allineato al grosso dei paesi del vecchio continente e della Ue in un rifiuto condito di atteggiamenti persino sprezzanti (si veda per tutti il recente discorso del  "ministro degli esteri" Ue Federica Mogherini davanti al premier israeliano Benjamin Netanyahu a Bruxelles).

A cosa è dovuto questo blocco da parte europea (senza considerare l'opposizione geopolitica costante della Russia di Putin, che secondo molti avrebbe dovuto essere appunto un interlocutore privilegiato della politica estera trumpiana) rispetto alla riaffermazione di una consolidata strategia statunitense rispetto all'area, più volte ribadita in passato anche durante i mandati di presidenti democratici come Bill Clinton? Perché l'Ue è sempre più lontana da Israele, che rimane l'unica democrazia liberale del Medio Oriente e accentua sempre più la propria centralità economica e culturale tra i paesi altamente industrializzati del mondo?

Naturalmente elementi di distanza dall'asse Usa/Israele e di vicinanza ai paesi arabo-islamici sulla questione mediorientale erano già presenti da lungo tempo nelle democrazie del vecchio continente. La vicinanza geografica, la preoccupazione per la propria sicurezza, il fabbisogno di fonti energetiche, i molteplici e radicati rapporti economici e commerciali, il retaggio di interessi coloniali e post-imperiali (nel caso di Francia e Gran Bretagna) spingevano senza dubbio fin dagli anni Quaranta e Cinquanta molte nazioni europee a guardare con preoccupazione ai conflitti legati alla nascita dello Stato ebraico, e a cercare per converso di costruire un ponte di dialogo con il mondo arabo. Ma nel periodo della guerra fredda queste spinte erano contenute dall'allineamento alla Nato, e dal fatto che anche in Medio Oriente si era andata riproducendo a grandi linee la polarizzazione tra Usa e Urss come "patroni" rispettivamente di israeliani ed arabi: una polarizzazione che obbligava ad una scelta netta di campo. Tuttavia, come nei confronti dell'Urss, anche verso il mondo arabo alcuni paesi (tra cui l'Italia) cercarono di ritagliarsi, all'interno di questo quadro, soprattutto un ruolo di mediazione.

Man mano, poi, che il bipolarismo tra le due superpotenze si andò allentando, e che al contempo la situazione nel Medio Oriente si andò facendo più complessa con l'emergere dell'estremismo palestinese e l'affacciarsi dell'integralismo islamico, l'Europa di area comunitaria spostò sempre più l'asse della propria politica estera, pur non rinnegando ufficialmente la linea della Nato, verso una esplicita convergenza con la "causa palestinese" e con le classi dirigenti arabe. Fino ad arrivare all'aperta presa di distanze dalla superpotenza americana maturata dopo l'11 settembre 2001, la "war on terror" di Bush e il conflitto iracheno.

Ora, però, alla base dell'ulteriore approfondirsi del fossato che separa il nocciolo duro dell'Europa dall'altra sponda dell'Atlantico e da Israele c'è un fattore ulteriore oltre quelli già elencati, emerso nel frattempo con sempre maggiore evidenza: l'enorme incremento dell'immigrazione dai paesi islamici, che in molti paesi del Vecchio Continente ha raggiunto ormai percentuali rilevanti della popolazione; e la consapevolezza – per quanto dissimulata – che non soltanto nelle comunità provenienti da quei paesi l'integrazione con le società ospitanti non fa significativi passi avanti, ma anzi all'interno di esse si formano sempre più enclaves fanatiche ostili all'Occidente. Prima gli attacchi di Al Qaeda, poi negli ultimi anni la diffusione sanguinosa del terrorismo dell'Isis, ad opera soprattutto di immigrati di seconda e terza generazione, hanno precipitato i governanti  europei in uno stato di costante paura, e li hanno convinti sempre più della necessità di non esasperare i contrasti con gli islamici residenti nel loro territorio. Da qui la tendenza a cedimenti sempre maggiori delle classi politiche europee su princìpi fondamentali come la libertà di espressione, le radici ebraico-cristiane del continente, e, appunto, la questione arabo-israeliana, usata spesso dalle frange integraliste per giustificare atteggiamenti violenti e intolleranti.

Insomma, ciò che non viene detto esplicitamente, ma è chiaro a chiunque voglia vedere dietro le posizioni supinamente anti-israeliane ostentate oggi dai governi europei (di varia estrazione politica: destre moderate come May e Rajoy; centristi come Merkel e Macron; sinistre come Gentiloni o il Ps portoghese) contro la decisione di Trump su Gerusalemme capitale dello Stato ebraico, è il fatto che si sta ormai realizzando la profezia di Oriana Fallaci sulla nascita dell'"Eurabia": un continente che sta perdendo la propria identità e i propri principi di umanesimo ebraico-cristiano e illuministico in nome della più relativistica secolarizzazione, ma al contempo è sempre più potentemente infiltrato dall'islamismo.

Unica eccezione a questo quadro – più flebile che all'epoca della "coalizione dei volenterosi" – è la già citata astensione di slavi e "orientali". E' una fiammella rimasta accesa, ma è anche per ora troppo poco per sperare in un rinsavimento, e in un ritorno dell'Europa al ruolo di presidio di civiltà che essa avrebbe il dovere di svolgere, innanzitutto per la propria sopravvivenza. Tale ruolo non potrebbe, infatti, prescindere da un raccordo organico con Israele, avamposto dell'Occidente in una regione del mondo che del modello occidentale di società, quando conforme alle sue migliori tradizioni, avrebbe un disperato bisogno. 

CommentiCommenti 4

Gianluca Conenna (non verificato) said:

Articolo chiaro e ben fatto. È vero, l'Europa sta velocemente sostituendo la sua radice ebraico-cristiana con una relativista la quale, creando un vuoto assoluto, finirà per diventare islamista fino a quando non decideremo di riprendere a difendere la verità d'Israele, proprio quella scritta in questo articolo.

Tom (non verificato) said:

Non è tanto l'allontanamento degli europei dal cristianesimo (statisticamente dimostrato) verso il relativismo, che dovrebbe preoccuparci, quanto la pavida e incerta difesa dei principi di libertà individuale conquistati con l'illuminismo.