Italia malmessa

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Spelacchio-Natale-Roma

E’ Spelacchio l’eroe dell’anno che sta per concludersi, l’abete sgarrupato assurto a simbolo della nostra Italia malmessa, oramai noto in tutto il mondo per uno dei passaparola più efficaci della storia della comunicazione, dal New York Times a Russia Today passando per Radio Canada, nonostante l’azzeccatissimo soprannome sia intraducibile in ogni altra lingua diversa dal dialetto romanesco.

Incredulità, all’inizio, per l’ennesima, surreale dimostrazione di inefficienza dell'amministrazione 5stelle – mai visto un albero di Natale platealmente moribondo, neanche nelle zone di guerra – e poi sconcerto e rassegnazione. In qualsiasi altra parte del mondo sarebbe finita con l’abete immediatamente tolto dalla circolazione per la vergogna, sempre ammesso che in qualsiasi altra parte del mondo ci sia qualcuno capace di far seccare un abete mastodontico tanto velocemente.

Ma inerme e brutto, piantato nel bel mezzo della Città Eterna, che non si scompone mai qualunque cosa accada, anziché scatenare nei romani la corsa allo sberleffo ha suscitato un istinto di protezione e di pietà: lo sfortunato albero è stato rapidamente adottato e benvoluto da tutti proprio per la sua cattiva sorte, la favola al contrario del bellissimo cigno diventato rapidamente un brutto anatroccolo. Scelto per la sua bellezza, destinato all’ammirazione per la sua avvenenza, ha perso tutto per l’incredibile incapacità di chi se ne doveva prendere cura, e per questo la capitale intera si è istintivamente identificata con lui, e l’affetto dei romani lo ha fatto diventare letteralmente una star planetaria. Solo a Roma poteva succedere.

Spelacchio come uno di noi, insomma.

E’diventato un’attrazione turistica, aumentando addirittura il flusso dei visitatori a Piazza Venezia rispetto al normale – più dieci per cento, dicono stime attendibili - meta di veri e propri pellegrinaggi, con tanto di messaggi appesi ai tristissimi rami; alcuni spiritosi e divertenti, altri patetici, altri ancora quasi degli ex-voto, da parte dei visitatori di ogni età, lingua e nazione. “Spelacchio ti vogliamo tanto bene e ci dispiace che ti sia suicidato. Aiutaci a scuola, ti amiamo comunque”, firmato “la terza B”, “Non mollare”, “Spelacchio sei solo un diversamente albero” e ancora “l’importante è essere bello dentro, forza Spelacchio”, “Desidero non uscire domani per l’interrogazione di greco”, scrive uno studente. “Spelacchio fa che questo Natale sia bello dentro, ma non fuori, come te”, E ancora: “Spelacchio vittima innocente dell’incapacità altrui. Ti abbiamo voluto bene. Addio”; “Insegna agli angeli ad essere un bell’albero di Natale e facci passare l’esame di tecnica delle costruzioni, I Ragazzi di Ingegneria della Sicurezza”, “Spelacchio resisti”, “Caro Spelacchio sorridi perché la sindaca Raggi ha richiesto i danni per la tua morte prematura”, “Si sta come d’inverno su Spelacchio le foglie”, “Spelacchio sei bellissimo anche spennacchiato io ti amo”,“Para mi amor desde la plaza Venecia – Roma”, e poi “R.I.P.”, fino a irriducibili “Spelacchio è vivo e lotta insieme a noi"; ma c'è anche l'ironia politica sulla battaglia per l'eutanasia: "Spelacchio, ma chi ti ha accompagnato, Marco Cappato?".

Questi sono solo alcuni dei messaggi lasciati scritti in foglietti appesi ai rami, e c’è pure chi ha depositato una corona funebre ai piedi del tronco. Non potevano ovviamente mancare il profilo Facebook, l’account su twitter e l’hashtag  #iostoconSpelacchio, con l’infinita serie di commenti in rete. E quando due giorni prima di Natale, oramai dichiarato ufficialmente morto, qualcuno gli ha addirittura staccato i fili dell’alimentazione delle luminarie, lasciandolo al buio, il Campidoglio ha negato che lo si volesse rimuovere: l’accensione sarebbe proseguita manualmente, perché Spelacchio non si tocca.

Non sappiamo che cosa succederà alle spoglie di Spelacchio: comunque decida l’amministrazione, sicuramente lui non sarà dimenticato, e non solo dai romani. 

Ma se l’abete più sfortunato del mondo è riuscito nonostante tutto a farci sorridere, resta un retrogusto amaro: quello di chi, pur pronto a digerire qualsiasi cosa, continua a chiedersi per quale misteriosa colpa atavica ci meritiamo tutto questo.  

 

 

 

 

 

 

 

 

CommentiCommenti 4

Luca (non verificato) said:

Semplice: è il risultato di decenni di "l'importante è divertirsi", "non bisogna essere troppo seri", "adesso li frego io prima che mi freghino loro", "siamo tutti uguali", "io faccio quello che mi pare e non mi rompete le scatole". Come fa un popolo, cresciuto con simili regole di vita, ad avere servizi pubblici decenti? Anzi, a concepirli persino?
Per inciso: il tutto condito da tonnellate di "siamo tutti democratici e di sinistra", naturalmente.

Topenz (non verificato) said:

A un abete vengono normalmente tagliate le radici per poterlo trasportare, su un mezzo di trasporto eccezionale, nel ns caso, per le dimensioni. Le ipotesi della prematura perdita delle foglie (che comunque è un fenomeno normale dopo il taglio delle radici) sono due:
- E' stato tagliato troppo tempo prima del suo uso, per cui si è iniziato anche a disidratare prima;
- Durante il trasporto non è stato adeguatamente protetto dal vento e si è pertanto disidratato lì.
La seconda sembra più probabile. Prendetevela con chi ha organizzato il trasporto.