Il ricordo ad un mese dalla scomparsa

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Altero Matteoli

E’ passato poco più di un mese dalla morte di Altero Matteoli e per tutti coloro che vedevano in lui un punto di riferimento, o anche solo un interlocutore credibile, il senso di vuoto sembra addirittura allargarsi. Ma al di là dell’intensità ed della varietà dei sentimenti e della vastità dei ricordi, che appartengono alla sfera personale di ciascuno di noi, esistono certamente dei tratti comuni nell’unanime rimpianto che è stato espresso in queste settimane da tante parti politiche diverse.

Il rispetto delle istituzioni, il senso della politica, la fiducia nel dialogo, l’impegno quotidiano per il raggiungimento di piccoli o grandi obiettivi comuni, la saldezza delle idee e la costante attenzione ai cambiamenti sociali sono state nitidamente intraviste da tutti coloro che hanno avuto l’occasione di incrociarne la figura e da tutti quelli che hanno avuto l’onore di ricordarlo pubblicamente nelle settimane passate. L’aver vissuto la militanza giovanile con trasporto, in un contesto politico particolarmente difficile e acceso, e l’aver poi attraversato quasi 35 anni di storia e di vita parlamentare del nostro paese ne avevano del resto elevato la statura politica ben al di sopra delle tendenze e delle contingenze dell’attualità.

Di questo ne era perfettamente consapevole e forse in qualche modo preoccupato, perché il progressivo disfacimento del tessuto sociale e politico che aveva trasformato l’Italia in una delle democrazie liberali più partecipate, oltre che in una delle nazioni più ricche del pianeta, non gli sfuggiva affatto, così come non gli sfuggiva di certo la crisi di credibilità dell’intera classe dirigente. Un paio di mesi fa, dopo essere stato salutato in tono gioviale da un venditore di rose, si era preso gioco di sé stesso dicendomi di sentirsi ormai osservato come l’ultimo vero esemplare di “dinosauro”. Se da giovane militante aveva respirato la passione politica priva di compromessi, da consigliere comunale del Movimento Sociale aveva subito imparato l’importanza delle regole democratiche e l’insostituibile contributo di chi è minoranza. Da parlamentare aveva poi contribuito instancabilmente alla crescita del suo partito, osservando sempre con interesse e rispetto quanto accadeva contestualmente all’interno delle altre forze politiche.

Nella destra italiana è stato sicuramente fra i primi a percepire e a denunciare i rischi dell’aggressione giustizialista iniziata negli anni ’90, della quale – per un amaro scherzo del destino – avrebbe finito per essere lui stesso vittima in questi ultimi anni, mentre l’intera comunità politica continuava a tributargli rispetto, fiducia e solidarietà. Ed anche su temi difficili quali la pena di morte, il divorzio o la condizione carceraria, ha sempre avuto modo di manifestare una grande attenzione ai diritti individuali. L’intima convinzione dell’importanza della famiglia, dei corpi sociali intermedi, delle istituzioni, oltre che del senso di appartenenza alla Nazione ed alle rispettive comunità territoriali, non nasceva infatti da un astratto pregiudizio ideologico, come tale destinato a travolgere il valore della persona, ma dall’attenta osservazione della realtà e dalla consapevolezza delle sue intrinseche contraddizioni.

Non per questo però ha cercato di ottenere facili consensi negli ambienti della sinistra intellettuale, lontana anni luce dal suo modo di intendere la vita e la politica. Nei valori della tradizione giudaico-cristiana ha lucidamente ancorato i capisaldi di un patrimonio ideale irrinunciabile ed alla Chiesa ha sempre rivolto uno sguardo particolarmente attento ed appassionato, con un rispetto più sincero e profondo di tanti altri suoi interlocutori. Proprio per questi motivi, la saldatura fra una visione identitaria schiettamente ancorata nei valori della destra italiana e le più credibili linee programmatiche delle forze popolari, liberali, repubblicane e riformiste che ha segnato la stagione del centrodestra moderato, ha costituito nella sua esperienza uno sbocco assolutamente naturale.

Nella leadership di Silvio Berlusconi aveva saputo intravedere immediatamente delle straordinarie qualità personali, come tali non replicabili e per certi versi estranee alla normale dialettica politica, ed aveva colto senza esitazioni l’enorme importanza del progetto unitario da egli incarnato. Ed anche i dubbi e le perplessità scaturiti da piccole o grandi diversità di opinioni, oltre che dalla cronica difficoltà di trasformare il Popolo della Libertà prima, e Forza Italia poi, in un luogo di confronto e di decisione collettiva ispirato ad una vera logica di partito, non hanno mai potuto prevalere sulla gratitudine personale e sull’oggettivo riconoscimento dell’assoluta insostituibilità della sua figura nell’attuale panorama politico.

Per costruire un ulteriore spazio di approfondimento e di elaborazione programmatica aveva allora profuso gran parte delle sue energie nella Fondazione per la Libertà ed il Bene Comune, impegnata a coltivare con la stessa attenzione l’idea del dibattito aperto e quella del recupero identitario. Proprio nel momento in cui la stagione del centrodestra sembrava irrimediabilmente conclusa, Altero Matteoli ne ha tenuto ferma la bandiera con grande convinzione in attesa che il vento riprendesse a tirare dalla parte giusta, aiutando i protagonisti a riprendere in mano le armi del dialogo e della progettualità.

Per questo è bello pensare che quel senso di vuoto possa essere colmato proprio da coloro che sono chiamati oggi a dare forza ad un simile progetto, o magari a qualcun altro subito dopo di loro, in stretta continuità con l’impegno politico di Altero, che ad interlocutori tanto autorevoli aveva sempre saputo insegnare cose semplici. Come l’idea di far parte di una stessa Nazione, di una unica comunità o magari di uno stesso partito, e di dover pertanto rappresentare nel migliore dei modi degli interessi assolutamente comuni. 

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