Giorno di Festa

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merkel germania

Non proprio tutti sono convinti che stiamo vivendo nella migliore dell’Unione europee possibili. “Miloš Zeman will serve a second and final term as Czech president, after defeating his pro-EU rival Jiří Drahoš in an election that underscored the strength of the backlash against the EU’s multi-cultural and liberal values in central Europe. Final results from Saturday’s vote showed that Mr Zeman, an outspoken former prime minister who has been a relentless critic of Muslim immigration to Europe, polled 51.4 per cent, while Mr Drahoš, a political novice who formerly headed the Czech Academy of Sciences, managed 48.6”. James Shotter sul Financial Times del 28 gennaio racconta come Zeman abbia vinto le elezioni per la presidenza della Repubblica Ceca su una linea assai critica verso l’egemonia merkelliana dell’Unione e contro un fronte assai articolato di oppositori interni. Dopo le sconfitte degli euroscettici in Olanda, in Francia e alle presidenziali austriache, le ultime elezioni in Europa (da quella che hanno portato Sebastian Kurz cancelliere a Vienna a quelle della scorsa settimana a Praga, nonché il voto in Catalogna), segnalano come la controffensiva apprestata dal fronte della retorica panglossiana del “tutto va bene nella migliore delle Unioni europee possibili” non sia del tutto irresistibile. Peraltro il mal di pancia sta crescendo proprio nel cuore della nazione dove si riteneva vivessimo nella “migliore delle Unioni europee possibili”, cioè la Germania.

De Mita, un politico che per evitare di storcersi una caviglia, si fa tagliare una gamba. “La solita cosa positiva di questo movimento è che evita la deriva lepenista” dice Ciriaco De Mita alla Repubblica del 31 gennaio. De Mita non è un furbastro come Pierferdinando Casini né uno sbandato come Angelino Alfano, è un politico di qualità, ma ha un grave tratto di perversione intellettuale a causa del quale, per evitare rischi normalmente politici, asseconda tendenze devastantemente disgregatrici: gli è successo flirtando con il neomoralismo berlingueriano per contrastare il supposto  autoritarismo craxiano, ci riprova oggi vezzeggiando la protesta senza proposta grillina pur di colpire una forza politica come la Lega che con tutti i suoi limiti  (qualche brivido corre lungo la schiena quando si constata come selezionano certi candidati) sostiene un programma di governo.

Ha una corrente assai alternata, la difesa “liberal” della dignità delle donne. “For years, the fundamental complaint of the right in the culture wars has been that the left is hypocritical, and the Nikki Haley episode perfectly confirms the point. A prominent Republican woman is smeared”. Bari Weissjan scrive sul New York Times del 29 gennaio che l’accusa della destra conservatrice alla sinistra liberal di essere fondamentalmente ipocrita, è perfettamente confermata da come i “liberal” hanno lasciato infangare, senza alcun straccio di prova sui suoi rapporti con Donald Trump, l’ambasciatrice all’Onu, la repubblicana Nikki Haley. D’altra parte da femministe liberal che avevano avuto come loro punti di riferimento Bill Clinton e Harvey Weinstein, era difficile aspettarsi altro.

Brutti tempi per Renzuccio e si triplicano le mance: non più 80 ma 240 euro. “Misura fiscale unica che preveda 240 euro di detrazione Irpef mensile per i figli a carico fino a 18 anni” così Pietro Salvatori su Huffpost italia del 3 febbraio informa su uno dei punti qualificanti del programma elettorale presentato da Matteo Renzi e che Stefano Folli sulla Repubblica del 3 febbraio ha scritto essere caratterizzato da “una pioggerella di bonus ben diversificati fra le varie categorie sociali”. Si vede che i tempi sono proprio brutti per il Pd, la pioggerellina di bonus deve aumentare di intensità, non bastano più 80 euro, bisogna moltiplicarli per tre.

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