Giorno di Festa

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L’operazione russa di disturbo alle elezioni Usa è vera, deplorevole e da perseguire penalmente, ma è stata fatta con uno stile da Monthy Python perché era una rumorosa ritorsione di protesta non un’iniziativa finalizzata a raggiungere un risultato. “Now come the indictments. On Friday, Robert Mueller, the special counsel investigating Russia’s role in the 2016 election, filed criminal charges of fraud of fraud and identity theft against 13 Russian citizens and three Russian organizations, all alleged to have operated a sophisticated influence campaign intended to ‘sow discord in the U.S. political system”. Un editoriale della direzione del New York Times del 17 febbraio sottolinea la portata delle accuse di Mueller contro 13 cittadini russi e tre organizzazioni russe per avere “seminato discordia” nella campagna delle presidenziali americane. E poi stigmatizza Donald Trump per aver sottovalutato la vicenda. Alcuni acuti osservatori come Maria Giovanna Maglie su Dagospia considerano la scelta dello special counsel incaricato dal dipartimento di Giustizia di analizzare le trame moscovite, al di là del rumore fatto dal botto (forse) finale,  come propedeutica a una soluzione senza danni eccessivi per la nuova Casa Bianca. Vedremo, c’è un caos in America che rende difficili le previsioni. Si tratta comunque di continuare a ragionare su una vicenda che tanto ha riempito la discussione pubblica in questo ultimo anno. Mettiamo in fila un po’ di fatti: Barack Obama e James Comey, allora capo dell’Fbi, sono informati dagli inizi del gennaio 2016 (per alcuni versi dal 2014) quando Trump non c’era o era dato per perdente, di alcuni pasticci che sta combinando Mosca e sostanzialmente non fanno niente. Perché? Comey spiegherà poi come l’intervento russo sia stato incredibilmente “loud” chiassoso. Sul New York Times del 18 febbraio Julian Sanchez scrive: “United States intelligence officials themselves have voiced suspicions that Russia intended to be caught”. Diversi dirigenti dell’intelligence americana dicono che i russi volevano essere scoperti quando comprarono un po’ di pubblicità su Facebook. Qual è la cifra di cui si parla? Edward Luttwark ha sostenuto pubblicamente che si tratta di circa trentamila euro. E’ veramente questo il costo della più sofisticata operazione di sabotaggio elettorale della storia? Il senatore democratico Al Franken, prima di dimettersi per aver ecceduto in molestie sessuali, ha rimproverato i dirigenti di Facebook perché gli spot anti Hillary erano pagati in rubli. Valutando tutti questi fatti è evidente come l’unica spiegazione per l’attivismo (deplorevole e da reprimere) di Mosca non fosse quella di intervenire nella politica americana (si dava scontata la vittoria di Hillary) ma solo quella di protestare rumorosamente per lo stile (cafone nella forma, insensato nella sostanza) con cui l’amministrazione Obama, con in testa la Clinton aveva trattato la Russia (potenza di terzo rango, che non conta più niente, stato-mafia da destabilizzare, umiliare le popolazioni di etnia russa degli stati confinanti, a cui imporre scelte come i matrimoni gay e così via). Il trattamento della Russia è forse il capolavoro tra le imprese del terzetto Obama-Hillary-Kerry che ha devastato l’influenza americano-occidentale nel mondo: Cina, Pakistan, Iran, Arabia Saudita, Turchia, Filippine, Indonesia, Egitto, Libia, Israele, strafottenza tedesca con annessa non collaborazione nel rilancio dello sviluppo globale, minacce franco-tedesche di marginalizzare la Nato, persino il fedele Regno Unito che flirta con Pechino. La quantità di macerie prodotte dal ciclone obamiano è notevole. E anche quel certo dilettantismo trumpiano oggi imperante non riuscirà mai a superare una performance di questo tipo (magari grazie all’asse Pentagono-Goldman Sachs che lo sorregge). Ma veniamo a uno degli episodi che hanno fatto perdere la testa al Cremlino. Riportiamo un pezzo di un articolo di Bob Dreyfuss su The Nation, rivista storica della sinistra liberal maericana,del 10 febbraio 2014: “Rarely has the sheer arrogance and manipulative game-playing of the United States in foreign policy been more clearly highlighted than in the recent episode involving a phone call between Victoria Nuland and Geoffrey R. Pyatt, the US ambassador to Ukraine. In a stunning development, the entirety of the Nuland-Pyatt telephone call was taped and then released on YouTube, possibly as the result of a Russian intelligence coup or, less dramatically, by a snooper somewhere in Europe or Ukraine who managed to gain access to a crystal-clear, high-definition recording of their talk. In the course of a little over four minutes, the two American diplomats exchange ideas about who ought to be promoted, and who ought to be demoted, by the United States inside Ukraine, which is suffering through a difficult and even violent political dispute over whether Ukraine will tilt east, toward Russia, or west, toward the United States and Europe”. Raramente la pura arroganza e la strumentalizzazione manipolativa della politica estera americana sono state più chiaramente messe in evidenza che da una telefonata (rubata o dai servizi russi o da qualche dilettante abile nelle tecnologie)  tra la Nuland del Dipartimento di Stato e l’ambasciatore in Ucraina Pyatt: nel corso di una conversazione di quattro minuti i due funzionari dell’amministrazione Obama si scambiano idee su come gli Stati Uniti vogliono riorganizzare l’Ucraina, insultando non solo i russi ma anche l’Unione europea. Sono episodi come questi, uniti a traffici e pasticci (è interessante come Mueller abbia fatto sparire dalla scena Tony Podesta fratello del braccio destro di Hillary e impicciato fino al collo in pasticci affaristici con Paul Manafort in Ucraina) che hanno spinto il Cremlino direttamente o tramite amichetti a far provare agli americani la sensazione di essere anche loro manipolabili: il che comunque è un errore e, dove c’è frode, un reato da perseguire.  Però, ancora sul New York Times del 18 febbraio in un articolo di Scott Shane del 17 febbraio si scrive “’If you ask an intelligence officer, did the Russians break the rules or do something bizarre, the answer is no, not at all’ said Steven L. Hall, who retired in 2015 after 30 years at the C.I.A., where he was the chief of Russian operations. The United States ‘absolutely’ has carried out such election influence operations historically, he said, ‘and I hope we keep doing it". Se tu chiedi a un dirigente dell’intelligence – dice un agente della Cia in pensione- se quel che hanno fatto i russi è anomalo, ciò non è vero. Anche noi lo abbiamo fatto e spero che continueremo a farlo. Queste realistiche considerazioni spiegano i problemi che abbiamo di fronte, in un contesto nel quale -come ha detto Trump- nessuno stato è interamente innocente. E ora si tratta di governare la realtà concreta non quella offuscata e trasfigurata dalla propaganda. E’ giusto virtualmente (virtualmente perché gli indiziati si trovano a Mosca) perseguire negli Stati Uniti chi ha infranto le leggi americane, ma è opportuno smetterla di perdersi dietro a scemenze, e iniziare invece dopo il disastro Obama a fare una politica che preveda necessariamente (il colonialismo è finito) reciprocità di comportamenti con gli stati con cui si vuol convivere.

E ora Renzi Terminator cerca di sabotare anche l’unica che lo può salvare: Emma Bonino. “Sembra infatti che Renzi legga con qualche apprensione le percentuali della lista Bonino”. Lina Palmerini sul Sole 24 ore del 13 febbraio è  una dei tanti giornalisti e commentatori che hanno registrato il disappunto di Renzi per la crescita della lista di Emma Bonino,  perché superando la soglia del 3 % sottrae parlamentari al Pd che avrebbe goduto di una redistribuzione dei voti dei liste che non raggiungevano il quorum. In questo senso va letta una dichiarazione di Matteo Renzi registrata dalla Repubblica del 13 febbraio: “Non credibile la linea della Bonino sulle migrazioni”. Alcuni adoratori del genietto di Rignano avevano nei tempi della sua ascesa lodato il suo modo brusco di eliminare le “contraddizioni” (le persone che gli davano fastidio, meglio se anziane). Secondo i suddetti adoratori l’Italia aveva bisogno di ridurre lo spazio della discussione pubblica e di definire processi decisionali verticistici (si considerino tutte le lodi al fatto che il genietto decideva senza ascoltare la società e senza neanche alcun interesse per la discussione parlamentare). Qualcuno aveva comparato questo stile a quello di Bettino Craxi. Mah, il segretario del Psi era un grande animale parlamentare, cresciuto nel culto di un anziano come Pietro Nenni, capace di articolate alleanze, si considerino quelle con Arnaldo Forlani. Insomma il decisionismo craxiano è sempre stato profondamente democratico. Con il “genietto” invece siamo di fronte a un fenomeno abbastanza nuovo: l’emergere di quelli che considerano la democrazia, con le sue necessità (consenso, alleanze, pluralismo, bilanciamento delle istituzioni) al fondo un disturbo, ritenendo che si sia in una fase in cui serve un “governo dall’alto” non fondato dalla politica. Da qui l’opzione renziana per la linea terminator: Enrico Letta, Massimo D’Alema, Romano Prodi, Ignazio Visco, poi anche Paolo Gentiloni, Marco Minniti e così via. Esibendo anche una sorta di sindrome dello scorpione che uccide la rana che lo sta traghettando, nel caso: Emma Bonino, che con la sua proposta di subordinarsi all’asse franco tedesco offre almeno una prospettiva a chi ha paura (essenzialmente economica) di un’Italia con troppa autonomia. Alla fine, come mi ha spiegato una vecchia amica nel Pd, Renzi si dimostra un velista capace di stare a galla solo se ha il vento a favore.

Il magico tocco di Walter. “Le voci velenose già circolano, come quella di un Walter Veltroni in cima alla lista degli ex leader che potrebbero essere richiamati a gran voce a reggere le fondamenta della casa madre in caso di tracollo” così scrive Carlo Bertini sulla Stampa del 12 febbraio. Questa velenosa voce mi riporta alla mente una vecchia barzelletta sovietica che recitava così: il capitalismo ha portato l’umanità sull’orlo del baratro, il socialismo le farà fare un passo in avanti. Secondo le informazioni bertiniane la battuta andrebbe corretta in questo modo: Renzi ha portato il Pd sull’orlo del baratro, Veltroni …

Spd, una discussione appassionante. L’ultima? “Two thirds of supporters of Germany’s Social Democrats (SPD) back forming a coalition government with Angela Merkel’s conservatives, an opinion poll showed on Friday”. Secondo la Reuters del 17 febbraio un sondaggio sugli iscritti della Spd darebbe l’adesione alla proposta di Grande coalizione con la Merkel al 66 per cento. Una delle inviate più sbadate del nostro giornalismo (in un articolo ha sostenuto che il Monte Calvo, simbolo della resistenza viennese all’assedio turco, era emblema della lotta agli immigrati) Tonia Mastrobuoni sulla Repubblica del 16 febbraio, registra le voci di alcuni iscritti alla socialdemocrazia tedesca, e tra queste vi sono diversi che pensano che: “Un momento di passione così diffusa, di dibattito così ampio, non l’ho mai visto”. La più blasonata organizzazione della sinistra europea si trova in effetti davanti a un bivio: rivitalizzarsi all’opposizione, consolidando la democrazia non solo nel proprio Paese ma anche in Europa, o cedere al consociativismo mercatistico merkelliano che già oggi spinge la Spd dal 40 % di venti anni fa al  16,5 % di oggi, a 1 punto e mezzo di distanza da un’AfD in crescita. Però dalla Spd che nel 1914 votò i crediti di kaiser Guglielmo II non è impossibile aspettarsi la scelta peggiore.

 

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