Giorno di Festa

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grecia ue economia

Quella Grecia che sta meglio anche perché non cedette ai ricatti di Berlino e Bruxelles su referendum e voto anticipato. “C’è un Paese in cui la crescita del Pil, nel 2018, sfonderà il muro del 2%, arrivando al 2,3% nel 2019, doppiando quella prevista per l'Italia. In cui la disoccupazione, sempre nel 2019, scenderà sotto il muro del 20%. In cui il rapporto tra debito e Pil, sempre tra un anno e mezzo, supererà la soglia del 170%, arrivando al 168,3%, con un avanzo primario di bilancio del 4,5%”. Così scrive Francesco Cancellato su Linkiesta del 5 maggio. Il Paese di cui si parla è la Grecia, che pur soffrendo per molti sacrifici non necessari imposti da Berlino, per altri versi sta andando meglio del previsto. Va ricordato come della “cura” di Syriza oggi al governo faccia parte anche il non aver accettato veti su un referendum indicativo sull’Europa e l’essere tornati al voto anticipato impippandosene delle minacce dei vari Juncker.

Votare è la cura, non la malattia. “Un monumento all’impotenza dei partiti”. Massimo Franco scrive sul Corriere della Sera del 9 maggio che votare anticipatamente sarebbe la prova dell’impotenza dei partiti. Stefano Cappellini sulla Repubblica sempre del 9 scrive che: “Nuove elezioni nel giro di pochi mesi sarebbero certo una sconfitta per la classe politica italiana”. Di fronte a questo tipo di prese di posizione si tratta di capire quale è la materia del contendere. Riducendo la questione al suo nocciolo si deve scegliere se il Parlamento debba rappresentare una “classe politica” (una casta come hanno detto via via Luca Cordero di Montezemolo, Gian Antonio Stella e poi Beppe Grillo) o un elettorato che cerca le vie per esprimere tramite la sovranità popolare una sovranità nazionale che pur se oggi minore di quella francese o tedesca, sia però almeno all’altezza di quella spagnola o polacca. Se si pensa che “la classe politica” (detta anche “casta”) debba essere una cosa tipo i postini che offre un servizio alla nazione e soprattutto a Bruxelles, hanno perfettamente ragione Franco, Cappellini e tutti quelli che si lamentano che i partiti vogliano rispondere a chi li ha votati. Se no, bisogna, come è recentemente successo senza drammi in Spagna, Grecia, Gran Bretagna, risentire il popolo sovrano quando ce n’è bisogno.

E ora che quelli del Pd si appendano (o si dice si appendino?) alle parole di Fassino? “Dobbiamo costruire una proposta politica che risponda alle inquietudini, alle ansie, alle domande del paese” dice Piero Fassino intervistato da Giovanna Casadio sulla Repubblica del 9 maggio. Chissà se è possibile che i dirigenti di un Pd in stato di profondo sbandamento si appendano (o si dice in questo caso “si appendino”?) alle parole del così vittorioso sindaco di una città che peraltro lo stesso Fassino non ha mai spiegato come ha fatto a “perdere”? Personalmente non credo che quella fassiniana possa essere una strada che porta molto lontano perché anche quel che resta dell’elettorato piddino è diviso tra chi ha un’idea da liberali inglesi o tedeschi, modernizzante, utopisticamente confidente in un federalismo europeo che (astrattamente) potrebbe essere anche auspicabile, e settori popolari che guardano agli Zingaretti, ai de Magistris, agli Emilano, ai Leoluca Orlando (e in certi casi persino ai Beppe Sala) con molta più sintonia rispetto a certi sentimenti grillini (peraltro regalati a questi grillini grazie alle tante disinvolture del ceto politico ex Pci) che a quelli dei citati liberali europei. Il tentativo di sfruttare il peso dell’establishment per superare questa  evidente contraddizione -come ha fatto Emmanuel Macron- non può riuscire perché il nostro establishment non è quello francese. Per impedire di diventare la vera maceria che ingombra  la politica italiana con i risultati che si sono visti in questi anni e ancor meglio in queste settimane, bisogna nel Pd  prendere atto di questa realtà e non inseguire gli esercizi retorici dei vari Fassino e Veltroni, politici di un’epoca che si è esaurita.

Di Maio è quel che è (cioè molto poco) però trattare gli elettori come minus habens non rafforzerà mai le istituzioni. C'è il rischio che tutta la gente che crede in questo movimento cominci a non credere più nelle istituzioni” dice Luigi Di Maio, ospite domenica 6 maggio a Mezz'ora in più su Rai3, e la cui dichiarazione è riportata da Huffington Post Italia del 6 maggio. Io non contesto il fatto che Di Maio abbia sempre nelle sue affermazioni uno stile da sbandato. Un leader di un movimento non dovrebbe solo registrare i sentimenti dei suoi seguaci ma educarli dando obiettivi immediati, a medio e a lungo termine. Detto questo, però, non è che dica una cosa non vera: l’Italia si trova in queste condizioni perché larga parte del suo establishment ha trattato l’elettorato italiano, almeno dal 2011 in poi, come se fosse composto da deficienti. Un trattamento che obiettivamente ha portato parte rilevante del suddetto elettorato a credere sempre meno alle istituzioni.

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