Pietra tombale

Versione stampabile
giovanni-serpelloni

“Quei licenziamenti furono illegittimi”. Così la Corte di Cassazione ha messo la parola fine a quella che è stata definita la “guerra del Sert” a Verona. Il benservito dell’Usl 9 al direttore del Sert Giovanni Serpelloni e ai suoi colleghi Maurizio Gomma e Oliviero Bosco arrivò tra la fine del 2014 e i primi del 2015 dall’ex dg dell’allora Usl 20 Maria Giuseppina che sollevò dal loro incarico i vertici del Servizio tossicodipendenze di Verona per la contestata titolarità dei diritti d’autore relativi al software Mfp attualmente in uso a oltre un centinaio di Sert in tutta Italia.

All’epoca, secondo gli investigatori, Serpelloni e gli altri indagati avrebbero preteso dalla società assegnataria dell'assistenza e manutenzione del software una percentuale sulle somme incassate e poi, a nome dell'Ulss 20 ma a quanto pare all'insaputa della direzione generale, 100 mila euro a titolo risarcitorio, minacciando la revoca dell'incarico. Ma ora, dopo i pronunciamenti a favore del reintegro del tribunale di Verona e della Corte d’Appello di Venezia, la Corte Suprema ha messo la “pietra tombale”, almeno sulla questione relativa ai licenziamenti e, in certo senso, segnando anche l’iter del processo penale che verrà celebrato nel 2019. Tanto è vero che la Cassazione ha escluso che “con la condotta posta in essere, il lavoratore avesse agito in malafede o con l’intenzione di danneggiare l’azienda sanitaria di cui è dipendente, intendendo invece tutelare un proprio diritto”. Chiarissimo.

“Sono stato molto sorpreso dell’accanimento che l’azienda, che ho servito e credo ben onorato in circa trent’anni di lavoro, ha dimostrato con i fatti contro di me e tutto il mio team che ancora sta soffrendo –commenta Serpelloni – La Cassazione  ha chiarito, soprattutto a coloro che in questi anni hanno infangato il mio lavoro e la mia persona con atti volontariamente lesivi, che le cose nei miei confronti sono state condotte in piena illegittimità, non solo di forma ma anche di merito”.

Cadono così nel vuoto i duri attacchi ai danni di Serpelloni, anche da parte di alcuni giornaloni, che alla fine dei conti hanno finito per colpire il suo impegno contro la droga, che lo ha portato ad essere a capo del Dipartimento politiche antidroga della Presidenza del Consiglio dei ministri dal 2008 al 2014. Cosa che lo portò ad essere etichettato anche come il braccio destro dell’ex ministro Carlo Giovanardi che, in realtà, lo ha difeso sin dal primo momento, riconoscendone l’impegno contro il cancro della droga. Impegno che evidentemente ha finito per dare fastidio a qualcuno.

CommentiCommenti 3

claudio baleani (non verificato) said:

Ma come, 'sta storia è arrivata in Cassazione?! Ma c'era qualcuno che aveva detto il contrario e cioè che il licenziamento era valido? E le spese chi le paga? Non c'è un procuratore presso la Corte dei Conti?