Da Genova

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Di-Maio

Chi ha prodotto le leggi sul lavoro degli ultimi anni "non deve essere chiamato statista ma assassino politico”. Non si può dire certo che la frase pronunciata dal vicepresidente del Consiglio Luigi Di Maio in conferenza stampa a Genova sia stata una uscita felice. Anzi, suscita un po’ di sgomento (giusto per essere buoni).

E sì, perché è una frase che inevitabilmente riporta alla memoria altro. Come non ricordare, come ha fatto autorevolmente il professor Pietro Ichino, che grandi giuristi, che nella storia repubblicana hanno collaborato con il ministero del Lavoro, sono stati feriti (Gino Giugni e Filippo Peschiera) o uccisi come Enzo Tarantelli, Massimo D’Antona e Marco Biagi in esecuzione di “sentenze del popolo” che li condannavano per la stessa imputazione che il ministro del Lavoro attuale muove agli autori del Jobs Act?

Per questo, ci sentiamo di esprimere solidarietà e vicinanza a Maurizio Sacconi e ai parlamentari della scorsa legislatura, esplicitamente indicati da Di Maio come “assassini politici” per aver sostenuto e votato il Jobs Act. Tutto questo, a prescindere dai risultati dell’atto in sé. Parlare di “assassini politici” e non tenere conto della storia non è proprio il massimo.

Alla più ferma condanna per queste “deliranti affermazioni” fa strano che praticamente nessun membro della maggioranza di governo si sia dissociato in maniera radicale da atteggiamenti di questo genere che ricordano nei toni i più inquietanti scenari della spietata lotta al riformismo politico (efficaci o meno che siano le riforme) nel nostro Paese.

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