Perché lo "Stato-bancomat" è nocivo alla crescita

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Negli anni immediatamente successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale, e con ancora maggior forza dopo il crollo del muro di Berlino, abbiamo assistito ad uno sviluppo senza precedenti. Il commercio, lo sviluppo economico e l’innovazione tecnologia, applicata all’industria ed alla medicina, hanno reso possibile traguardi inimmaginabili solo cinquant’anni fa. La sostanziale riduzione della povertà, il crollo delle epidemie, la drastica riduzione dei conflitti e lo stupefacente aumento delle aspettative di vita, sono tra i più importanti risultati di questo processo.

Nicholas Kristof ha scritto sulle colonne del New York Times, che il 2017 è probabilmente stato il miglior anno della storia dell’umanità: il numero di persone che vive sotto la soglia di assoluta povertà scende di 217 mila unità al giorno; rispetto al 2016 le persone che hanno accesso all’energia elettrica e l’acqua potabile sono circa 300 mila in più. Come ha scritto la Banca Mondiale, la rapida crescita economia dei paesi in via di sviluppo ha contribuito a ridurre il numero di persone che vive in condizioni di assoluta povertà dal 36,4% del 1990 al 14,5% del 2011, conseguendo il più grande risultato di riduzione di povertà nella storia.

Certo, questo percorso non è stato né lineare né esente da effetti collaterali. Milioni di persone vivono ancora oppresse e in condizioni di estrema povertà, la finanziarizzazione dell’economia sta corrodendo le istituzioni economiche dall’interno e le stesse democrazie occidentali, locomotiva della globalizzazione, sembrano incapaci di attenuare la crescente disuguaglianza prodotta della crescita economica. Secondo l’Oxfam infatti, l’1% più ricco del pianeta possiede più patrimonio che il resto dell’umanità messo insieme.

In Italia queste esternalità negative si sono amplificate per via di alcune caratteristiche tipiche del nostro sistema politico-sociale: un apparato politico clientelare, un’istruzione incapace di far crescere il capitale umano, un Mezzogiorno escluso dalla modernità (al sud un giovane su due è disoccupato),ed un tasso di produttività pari solo allo 0,3 % (In Germania è pari al 1,5% - Dati Istat periodo 1995-2016).

Come si fa ad uscire da questa crisi? Come si combattono povertà e disuguaglianza? Come si possono conciliare crescita economica ed equità? Non certo incolpando il mercato o la globalizzazione, ma mettendo al centro della politica economica un insieme di misure sociali ed economiche di tipo attivo, che agiscano su tre fronti: liberando il potenziale di crescita del mercato, assicurando il più ampio accesso alle attività produttive per i cittadini, garantendo una redistribuzione più equa della ricchezza prodotta.

In questo senso, la ricetta economica inclusa nel DEF è preoccupante perché appare come un amalgama incoerente di assistenzialismo passivo, nel quale lo Stato “tappa i buchi” lasciati dal mercato e dalla libera iniziativa, senza fornire i mezzi attivi né per incrementare la partecipazione al sistema produttivo, né per migliorarne l’equità. Consideriamo per esempio la misura più discussa: il reddito di cittadinanza. Una prebenda costosa mascherata da riforma, che non solo non ridurrà la povertà e la disuguaglianza, ma alimenterà l’emarginazione sociale. Questo perché la povertà non si risolve con rendite statali, ma con politiche di formazione professionale, con sgravi all’innovazione, con incentivi per i giovani imprenditori, con fiscalità che riducono il costo del lavoro, con investimenti in infrastrutture e visioni di lungo corso su settori strategici come l’energia e il turismo.

In questo modo lo Stato moderno non sarebbe ridotto ad uno sportello bancomat, ma diventerebbe attore primario nel governo della crescita per assicurare benessere, equità e progresso sociale.

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