Diktat opinion

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“L’Italia è una Repubblica Democratica”. Dell’articolo 1 della nostra Carta Costituzionale si riempiono la bocca un po’ tutti. Perché fondamentalmente tutti sappiamo che in Italia l’ordinamento democratico è vivo e vegeto (a parte piddini e sinistroidi che a furia di gridare “al lupo al lupo” rischiano di produrre l’effetto contrario, ma questa è un’altra storia).

Tuttavia, anche il lettore più distratto si sarà accorto che quando qualcuno nell’agone mediatico si azzarda ad offrire una opinione poco poco fuori dal coro del politicamente corretto, subisce un linciaggio senza se e senza ma. Linciaggio mediatico, prima di tutto, spalleggiato (e forse fomentato) da quello ancor più feroce dei social.

E’ vero dunque che nel nostro Paese vige un regime democratico, ma a volte si fa fatica a sentirsi in democrazia. Quando tutti debbono avere la medesima opinione, pena il linciaggio, lo spirito, o meglio, l’educazione democratica è andata a farsi friggere da un bel pezzo. E sì perché se dal regime democratico non scaturisce una educazione alla democrazia, allora inevitabilmente si entra nello spirito totalitario.

Di esempi se ne possono fare a bizzeffe. Oggi parlare contro l’aborto, ovvero illustrare le ragioni contrarie all’interruzione di gravidanza, per la legge dello Stato non è (ancora) reato. Per la "legge" del polically correct sì. Gli esempi sui casi di Verona e sugli universitari pro-life sbeffeggiati alla Sapienza sono solo gli ultimi di una lunga serie. 

Che dire poi del massacro mediatico riservato all’ex parlamentare Carlo Giovanardi non tanto per aver espresso una opinione (queste possono essere oggetto di discussione) quanto per aver preso posizione sul caso Cucchi basandosi sulle perizie mediche e chiedendo semplicemente di aspettare la fine del processo per conoscere le sentenze e rispettarle? Cosa che in un Paese democratico rasenta la banalità. In Italia (e non solo) no.

E ancora. Se un quotidiano nazionale di primissimo piano domanda con assoluta naturalezza a una coppia di uomini se hanno figli, e loro rispondono che non ne hanno solo perché sono troppo anziani, è tutto normale. Se si prova a obiettare che l’anatomia e la biologia impediscono a due uomini di procreare, e che in questi casi si tratta di bambini generati tramite ovuli scelti sui cataloghi, portati in grembo da uteri affittati di donne per lo più povere, cresciuti senza una mamma e privati della propria identità, giù con le accuse di omofobia, oscurantismo e chi più ne ha più ne metta. 

E’ già tanto, inoltre, che fin qui ce la si sia cavata con qualche vagonata di insulti telematici. C’è infatti chi già si trova sotto processo per aver espresso il proprio pensiero, per giunta nel settore professionale di propria competenza (chiedere a Silvana De Mari), e non è un caso che da qualche anno siano continui i tentativi di introdurre nel codice penale, sotto diverse specie, reati di opinione politicamente scorretta.

Ci siamo capiti: ciascun lettore può essere libero di completare la lista. Ebbene, questa sarebbe la parresia su cui si fonda un regime democratico? Arrivare ad aver timore di esprimere la propria opinione pena il massacro social-mediatico, è libertà di opinione? E vero: siamo nella democrazia del consenso, dove pur di avere anche solo un like si arriva a insultare il primo che capita. Ma a cosa ci porta tutto questo? Quali benefici genera? Se per difendere giustamente una persona o una posizione, si devono infangare altre persone e sbeffeggiare le loro posizioni, un tempo si sarebbe detto che “dalla ragione (ammesso che ci sia) si passa dalla parte del torto”. Ma questa è una storia ormai vecchia. Rispettare, pur non condividendo, le posizioni altrui è poco politicallyfriendly.    

Di qui un pensiero sorge spontaneo: se si ha paura delle opinioni divergenti dalla massa, specie quelle che rompono il politically correct, allora vuol dire semplicemente che il lupo si è travestito da agnello, uno spirito totalitareggiante è sorto fra noi spacciandosi per democrazia pura. Ma, si sa, il lupo può perdere il pelo ma sempre lupo rimane. E guai a chi prova a fare il cacciatore! 

CommentiCommenti 4

Carlo (non verificato) said:

Silvana De Mari non è sotto processo per le sue idee (pseudo)mediche (per quello c'è una valutazione dell'Ordine dei Medici), ma per autentici insulti. Letteralmente: "idioti, completamente idioti", "nuova razza ariana", "coprofagi", "pedofili", "crminali contro l'umanità". Far passare queste ingiurie come "opinioni" è intollerabile, perchè distruggono il prossimo e con lui ogni possibilità di dialogo. L'insulto, come la violenza, non può essere tollerato.

Quanto a Giovanardi, non è nuovo a uscite molto infelici, come quando propose di includere i pedofili nella lista delle persone tutelate da una legge contro l'omofobia: puro stile Giovanardi, ovvero infangare e distruggere, senza remore.

Certo i due hanno molto in comune. Triste che lei non se ne renda conto.

SERGIO (non verificato) said:

Al di la delle persone citate, l'articolo è del tutto condivisibile. Il politicamente corretto elevato a sistema di comunicazione ha falsato la verità. Si cominciano a notare, però e finalmente, fenomeni di rigetto.