La letteratura anticonformista

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Gattopardo

Sessanta anni fa, nel novembre del 1958, in casa Feltrinelli vide la luce Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. E’ noto che la nascita editoriale di quello che sarà poi considerato un capolavoro della letteratura italiana ebbe un percorso molto tormentato. Il romanzo non corrispondeva ai canoni del “culturalmente corretto” allora (allora?) imperante, e il manoscritto fu respinto al mittente e giudicato non pubblicabile sia da Mondadori sia da Einaudi, in ambedue i casi con la regia di Elio Vittorini.  La vicenda non fu così lineare come è abitualmente sintetizzata, ma nella sostanza ci fu un giudizio negativo non solo sullo stile (un po’ vecchiotto, ottocentesco) ma anche -e soprattutto- sul contenuto: poco gradito il personaggio dell’aristocratico disincantato, poco edificante lo sfondo dell’annessione del Sud vista come eterno ritorno dei furbi e affermazione del predominio politico delle “iene” e degli “sciacalli”. Insomma, c’era una serie di elementi scandalosi che conferivano all’opera un’inquietante aura di destra. In un’intervista al Giorno Vittorini ribadì questo giudizio anche dopo la fortunata pubblicazione del romanzo, e non se ne discostò mai neppure in seguito. Sostanzialmente dello stesso tenore furono i giudizi di tutto il milieu culturale di sinistra: per fare qualche nome, Palmiro Togliatti, Mario Alicata, Umberto Eco, Gianfranco Contini. Fatto sta che Tomasi non ebbe la soddisfazione di vedere Il Gattopardo diventare libro a stampa. Morì nel luglio del 1957, e aveva ricevuto da poco la lettera col secondo rifiuto di Vittorini.

Per una serie di passaggi di straordinaria casualità, all’inizio del 1958 il manoscritto finì nelle mani di Elena Croce, che lo segnalò a Giorgio Bassani, da poco direttore della collana I Contemporanei di Feltrinelli. Bassani ne capì subito l’enorme valore letterario e ne curò personalmente la prima edizione, che apparve con la sua prefazione. L’anno dopo Il Gattopardo vinse il premio Strega, e divenne un caso letterario internazionale: tradotto in moltissime lingue, compreso il russo, il polacco e perfino il coreano, la sua fama fu poi amplificata dall’indimenticabile film di Luchino Visconti del 1963, interpretato dagli indimenticabili Burt Lancaster, Claudia Cardinale e Alain Delon. Per inciso, nonostante la sua collocazione politico-culturale - o forse proprio per una certa vena non conformista nei confronti dei dettami dell’ortodossia di partito che già si andava delineando -  nel 1957 Feltrinelli aveva piazzato un altro grande goal editoriale, sempre pescando in qualche modo nelle acque del politicamente scorretto. Mi riferisco all’avventurosa pubblicazione in prima mondiale del Dottor Zivago di Pasternak: altra vicenda personale, addirittura una grande storia d’amore sullo sfondo della rivoluzione comunista, per giunta non vista con particolare entusiasmo, anzi semmai guardata con una certa dose di diffidente distacco. Difatti il manoscritto era stato rifiutato dalla rivista Novyj Mir nel 1956, e la qualifica di “reazionario” attribuita all’autore ne impedì la pubblicazione in URSS fino al 1988. Anche Zivago, per cui Pasternak ricevette il Nobel nel 1958, beneficiò del moltiplicatore del cinema e della bellezza dei protagonisti Zivago/Omar Sharif e Lara/Julie Christie. Moltiplicatore nel moltiplicatore fu la colonna sonora del Tema di Lara, sulle cui note hanno sognato – e anche pianto-  innumerevoli schiere di innamorati. Questi due grandi successi letterari di Feltrinelli sono certamente la prova di un grandissimo fiuto imprenditoriale, ma anche di una apertura atipica nel panorama culturale italiano, dominato dalle prescrizioni dell’ortodossia comunista, lukacsiana o gramsciana che fosse.

A lato mi piace aggiungere anche un terzo caso assai meno noto, che riguarda un buon autore, anche se di livello e di fortuna letteraria imparagonabili. In anni in cui il Risorgimento era ancora tutto avvolto da una narrazione prevalentemente agiografica (siamo nel 1963), Feltrinelli pubblicò L’eredità della priora, di Carlo Alianello, un romanzo antirisorgimentale di orgogliosa rivendicazione sudista, che poi nel 1980 divenne il soggetto di uno sceneggiato della RAI diretto da Anton Giulio Majano. E’ vero che in questo caso si avvertiva nell’aria l’eco della guerra di Algeria, e la guerriglia antiunitaria dei briganti cari ad Alianello cominciava a suscitare simpatie retrospettive nella sinistra più guerrillera. Ma Terroni di Pino Aprile era ancora sideralmente lontano, e la versione di Alianello comunque contrastava con la vulgata prevalente.

Negli anni successivi la passione guerrigliera di Giangiacomo Feltrinelli andò crescendo, fino a che non morì in circostanze tragiche, ossia mentre muniva di esplosivo un traliccio. Dopo la sua morte la casa editrice fu gestita con notevole spirito imprenditoriale e commerciale dalla moglie Inge, che è venuta a mancare poco tempo fa. E una certa vena anticonformista -attenuata, molto attenuata-  negli anni non è scomparsa del tutto.

E adesso che succede? Succede che il 18 ottobre in un’intervista sul Messaggero Gioacchino Lanza Tomasi, figlio dello scrittore, ad oggi non smentito, afferma che in pratica Feltrinelli nasconde i sessant’anni del Gattopardo, e non vuole ricordarlo con una adeguata festa di compleanno. «Sono portato a pensare che Feltrinelli non celebri i 60 di questo libro, celebrato in tutto il mondo, per una sorta di resistenza pratica. Perché loro credono che può ancora esistere una letteratura pedagogica di sinistra, e che funzioni soltanto quella. Il Gattopardo, che alla Feltrinelli ha dato successo e denaro, non rientra in questo schema. E del resto, è un libro terribile. È l'opera di uno scettico, non di un progressista mainstream» ... «Il libro è uscito il 28 ottobre del 58. E secondo me c'è ancora, in un certo mondo culturale, quell'impostazione che allora fu data da due personaggi del calibro di Contini ed Eco. Che dicevano: il Gattopardo è una volgarizzazione di Proust. E in Carlo Feltrinelli, figlio di Giangiacomo e Inge, credo pesi ancora il pregiudizio di Vittorini sulla presunta non modernità di questo libro. La questione del pregiudizio sul Gattopardo non è mai stata superata. Anche se un grande intellettuale, Edward Said, il celebre autore di Orientalismo, ha fatto un saggio in cui sostiene che gli italiani sono stati il popolo dello spirito laico. Prima Lucrezio con il De rerum natura, poi Vico, poi Gramsci, poi Lampedusa. L'illuminismo di Lampedusa, aggiungo io, andrebbe celebrato in Italia come lo celebrano all'estero».

Insomma, a meno di ripensamenti, si può dire che il conformismo retrospettivamente ha vinto la sua battaglia in casa Feltrinelli, prendendosi la rivincita sulle vecchie infrazioni all’ordine costituito? Tuttavia l’episodio stimola una domanda più ampia: nel generale impoverimento delle culture politiche a cui stiamo assistendo la sinistra si rifugerà nei territori sicuri della scomunica verso la dissidenza, da dove talvolta aveva sconfinato, magari leggendo e recensendo qualche libro Adelphi? E dopo Tomasi di Lampedusa una fatwa colpirà anche Pasternak? Aggiungerei, un po’ provocatoriamente: giacché ai Solzenicyn di fatto non è mai stata tolta.

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