L'economia di domani

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In un recente articolo della rivista mensile “The Banker” è stato fatto il punto, ormai trascorsi oltre dieci anni, sulle cause della crisi economica e finanziaria che ha progressivamente colpito le principali economie mondiali a partire dall’estate del 2007. Nell’articolo viene sottolineato come la causa principale non sia stata l’esposizione degli istituti bancari verso attività rischiose quali i cosiddetti sub-prime, ma piuttosto al cambiamento culturale che ha condizionato l’azione delle banche riducendo sempre di più il peso della tradizionale attività di intermediazione connessa all’andamento dell’economia reale in favore della ricerca di rendimenti sempre più elevati per i propri azionisti.

Oggi però nelle principali banche internazionali sembra essere tornata la prudenza, sia per uno scenario economico che si manifesta fragile a causa dell’incertezza politica e della tendenza di introdurre nel commercio mondiale dei dazi doganali che potrebbero ostacolare la crescita del prodotto interno lordo mondiale e sia per una regolamentazione più stringente sui requisiti di capitale (oggi il livello di capitale detenuto è circa tre o quattro volte superiore a quanto riscontrabile prima del 2007) che ha portato gli istituti ad avere un approccio più cauto.

Se da un lato quest’ultimo aspetto può definirsi apprezzabile in quanto risponde ad una minore rischiosità della banca stessa, dall’altro pone il problema, tuttavia, di trovare gli strumenti più adatti per migliorare la propria redditività, un obiettivo che si cerca attualmente di conseguire attraverso un taglio dei costi ed una diminuzione delle multe che in precedenza erano pagate dai grandi gruppi bancari proprio per le trasgressioni derivanti da un comportamento troppo disinvolto e rischioso. E non potrebbe essere diversamente visti i vincoli normativi e legislativi ed una situazione in cui i tassi di riferimento si collocano su valori estremamente contenuti o nulli pregiudicando il conseguimento di accettabili risultati di conto economico per quanto riguarda il margine d’interesse.

Questo spiega la riduzione degli sportelli attuata dai principali gruppi bancari, supportati in questa scelta anche dal progresso tecnologico e dal ricorso sempre più ampio da parte della clientela al digital banking. Nei paesi dell’unione europea, ad esempio, tra il 2007 ed il 2017 il numero delle filiali si è ridotto del 21% passando da 233.333 a 183.418, così come la diminuzione del numero di istituti di credito nello stesso periodo, da 8.525 a 6.250.Il cost-income (il rapporto tra costi operativi e margine d’intermediazione) è sceso in

questi anni dal 70 per cento al 65 per cento e sarebbe sceso ancora di più se la dinamica dei tassi d’interesse non fosse stata così contenuta e grazie anche a questo risultato il ROE, pur non arrivando ancora ai livelli degli anni precedenti la crisi, è passato dal -2,8 per cento del 2008 al 2 per cento nel 2013 ed è poi progressivamente salito negli anni successivi arrivando al 5,8 per cento nel 2017.

In tutta Europa si assiste quindi ad una riorganizzazione del comparto bancario, faticosa perché, comunque, il comparto è chiamato ad affrontare sfide impegnative in cui emergono sempre di più dei giganti bancari a livello mondiale, come quelli cinesi che si stanno affiancando ai grandi gruppi statunitensi, a cui si accompagna anche la necessità, con un rigore superiore per le banche europee, di rispettare vincoli sempre più stringenti che limitano anche le possibilità di concorrenza degli istituti europei nello scacchiere mondiale.

Si assiste quindi ad una fase di vero consolidamento dettato da un andamento dell’economia che si mantiene poco brillante e necessario per affrontare nelle condizioni migliori le sollecitazioni di un mercato sempre più globalizzato. Ed è proprio all’interno di questo contesto che non bisogna, tuttavia, dimenticare come la funzione della banca non sia univoca ma comprenda una molteplicità di compiti diversi che vanno dal sostegno alle famiglie, alle imprese piccole e grandi fino ad arrivare alla interazione con un mercato finanziario che anche nel suo piccolo è ormai sempre più presente nella vita di tutti giorni (basti pensare all’uso del termine spread). Considerare la necessità della presenza di banche con compiti specifici per diversi target di clientela e propri per questo motivo favorire l’introduzione nella regolamentazione di quel principio di proporzionalità sempre auspicato è il modo migliore per favorire quell’evoluzione del sistema bancario verso un modello più solido, stabile e nello stesso tempo efficace sia per i mercati finanziari che, soprattutto, per l’economia reale.

* Segretario Generale Associazione Nazionale fra le Banche Popolari

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