Dopo 20 anni

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Non abbiate paura

Nell’agosto del 1998 Giovanni Paolo II annunciava al mondo la dottrina cattolica sull’integralità dell’umanesimo cristiano nella sua enciclica “Fides et ratio”. Nell’agosto del 2018 si sono celebrati i 20 anni di questa, troppo ingiustamente dimenticata, enciclica quasi nel silenzio e nell’indifferenza generali, magari con la complicità del frastuono degli scandali e di certi sommovimenti che stanno coinvolgendo la curia romana e dentro cui si tenta di attirare anche la figura di Papa Francesco per screditare la più alta carica della più antica istituzione umana vivente, cioè la Chiesa cattolica, orizzonte di lotta ultima di una parte della storia e del mondo contro la religione e l’eterno.

Considerata la recente ricorrenza, sorge spontaneo chiedersi cosa può insegnare ancora oggi, dopo tanti anni, la “Fides et ratio”. Prima di ciò, tuttavia, occorre brevemente esaminare la situazione attuale. La civiltà occidentale, infatti, sembra stretta e costretta tra due opposte tendenze: da un lato, si trova il rifiuto di ogni dimensione religiosa o trascendente della vita; dall’altro lato, invece, la penetrazione e il radicamento di comunità, come quelle islamiche, dalla forte identità e appartenenza religiosa. Così, se per un verso ogni dimensione religiosa viene intesa come incompatibile con la ragione, come comprova quanto scrive Edoardo Boncinelli nel suo j’accuse “contro il sacro” allorquando ritiene che «il sacro conserva il suo originale asservimento all’irrazionalità, al terrore e all’ignoranza e la sua vocazione all’apriorismo», per altro verso la ragione viene del tutto esclusa dalla visione islamica di Dio, come comprova le parole del teologo libico Aref Ali Nayed, nella sua critica al celebre discorso di Papa Benedetto XVI nel 2006 presso l’Università di Ratisbona, per il quale, infatti, «la ragione è un dono di Dio che non può essere al di sopra di Dio[…]. La ragione non deve essere al di sopra di Dio, né essere esternamente normativa per lui. Può essere normativa solo per grazia di Dio, a motivo del libero impegnarsi di Dio stesso ad agire in coerenza con sé».

Insomma, nell’ambito della cultura occidentale contemporanea si misurano due opposte visioni antropologiche: quella per cui l’uomo altro non è che l’insieme della sua materialità biologica e corporea, per cui non vi è spazio per la prospettiva spirituale e trascendente poiché superata dalle energie della ragione tramite le formulazioni scientifiche, e quella per cui, invece, l’uomo non può nulla con le forze della sua ragione perché su tutto incombe l’onnipotenza di Allah che rende superfluo ogni tentativo della ragione di comprendere l’essenza della realtà.

Nonostante le due prospettive possano apparire irrimediabilmente opposte, ed entro certi limiti lo sono senz’altro, sono, tuttavia, molto più vicine di quanto possa apparire, in quanto entrambe, ciascuna da proprio punto di vista, disintegrando l’unità della natura dell’essere umano, attraverso un riduzionismo materialistico la prima, mediante un riduzionismo fideistico la seconda, considerano l’uomo soltanto per un singolo profilo, dando vita, quindi, ad un umanesimo zoppicante in quanto fondato su una visione parziale dell’uomo. Dinnanzi a questa lacerazione dell’identità umana, che una scienza sempre più svincolata dai limiti etici consolida e un jihadismo internazionale sempre più aggressivo convalida, si staglia la proposta di umanesimo integrale della “Fides et ratio” di Giovanni Paolo II che andrebbe recuperata e ri-conosciuta per far fronte a molti dei problemi attuali su cui si sta misurando la solidità, rectius fragilità, antropologica della civiltà occidentale.

L’uomo, infatti, non può essere considerato né soltanto nelle sue determinazioni bio-fisiche e bio-chimiche, come larga parte del mondo scientifico si ostina a ripetere (per esempio limitatamente all’embrione ritenuto solamente un grumo di cellule, o anche in riferimento alle cosiddette “vite indegne di essere vissute” che meriterebbero la “compassione” eutanasica), né soltanto nella sua specificità spirituale con esclusione della razionalità e della libertà, come le istanze più o meno fondamentaliste o moderate dell’Islam cercano di affermare. Analoghe difficoltà sembrano affiorare, del resto, con i proporzionali adeguamenti, anche nella compagine del cattolicesimo, in cui sempre più si misurano sue tendenze opposte: da un lato l’intendere la professione di fede limitandola al suo aspetto “materiale”, cioè alla stregua di un mero assistenzialismo socio-politico che non tenga conto del profilo dottrinale o morale che la fede, specialmente quella cattolica, implica; dall’altro lato l’intendere la professione di fede limitandola al suo aspetto “fideistico”, cioè alla stregua di una forma di “misticismo atarassico” che non tenga conto dei problemi concreti che l’uomo contemporaneo vive ogni giorno. Sia all’interno, sia all’esterno del cattolicesimo, insomma, la tendenza è quella o di accettare solo la ragione e il lato empirico dell’esistenza, o di accettare solo la fede e il lato spirituale della vita.

Contro questi due gravi errori, che dilacerano la natura e l’esperienza esistenziale dell’uomo nella sua più profonda autenticità, si staglia l’insegnamento dell’enciclica di S. Giovanni Paolo II che, infatti, così ha precisato scrivendo che «furono così censurati simmetricamente: da una parte, il fideismo e il tradizionalismo radicale, per la loro sfiducia nelle capacità naturali della ragione» (n. 52), e, dall’altra parte, lo scientismo, cioè quella concezione che «si rifiuta di ammettere come valide forme di conoscenza diverse da quelle che sono proprie delle scienze positive, relegando nei confini della mera immaginazione sia la conoscenza religiosa e teologica, sia il sapere etico ed estetico» (n 88). La fede e la ragione, dunque, sono i due binari su cui deve muoversi l’esperienza umana che si pretenda davvero tale, soprattutto per evitare che il convoglio del reale progresso antropologico deragli tragicamente, come nel caso di esclusione di una delle due dimensioni.

Il recupero dell’insegnamento dell’enciclica di S. Giovanni Paolo II, proprio dopo venti anni dalla sua emanazione, costituisce quindi una strada preferenziale per una proposta di umanesimo integro e integrale alla cultura occidentale che, oggi più che mai, sembra vagabondare alla cieca dispersa tra le pagine più oscure della sua storia.

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