Elezioni Usa

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Donald-Trump

A vincere è il deadlock, il possibile “blocco” tra Camera dei Rappresentati e Senato. A vincere è il solco profondo che sempre di più divide gli Stati Uniti. A vincere, dunque, è, ancora una volta, la politica di Trump, che su questa frattura molto probabilmente imposterà la campagna elettorale per la sua rielezione nel 2020. Alle elezioni di metà mandato presidenziale, svoltesi ieri negli Stati Uniti, un “flip”, un rovesciamento, ha infatti fatto guadagnare 26 seggi ai Democratici, alla Camera, così come è accaduto anche nella corsa dei governatori, in cui i Repubblicani ne hanno perso sette e i dem guadagnati altrettanti. Al Senato, invece, sono due i seggi guadagnati dal Gop, che così ha rafforzato la sua maggioranza nei confronti dei Democratici, conquistando 53 seggi sui 100 totali. «Tremendous success tonight», ha subito twittato Trump nella notte, anche perché solo 5 volte, negli ultimi 105 anni, il presidente in carica ha aumentato i seggi del proprio partito in Senato, nelle elezioni di midterm. Dunque, se referendum è stato, sulla figura di Trump, quest’ultimo risulta essere ancora molto gradito dagli elettori Usa. Un trade off, per il 45° presidente degli Stati Uniti, in cui se perde, da un lato, la Camera e alcuni seggi da governatore in alcuni Stati, dall’altra rimarca il vantaggio in Senato, tanto da allontanare definitivamente anche lo spettro di un improbabile impeachment.

Ora, il governo “separato” dell’amministrazione repubblicana – se si esclude la campagna elettorale del tycoon, sempre più spianata sui temi “caldi” del presidente, vista la conferma di alcune issue dem (visceralmente invise agli elettori Repubblicani), come l’ingresso del primo esponente musulmano al Congresso - dovrà fare i conti con un’opposizione democratica più agguerrita, che però ha continuato a mostrare i limiti del suo appeal globalista e mondializzato, il quale, in molte delle competizioni nelle zone più rurali deli Usa, ha perso le sfide in Senato con i Repubblicani. Da sottolineare, poi, che i Repubblicani hanno strappato ai Democratici, nel voto alla Camera, i seggi nel Nord Dakota, nel Missouri e nell’Indiana, respingendo, inoltre, in Texas, l’assalto dell’emergente Beto O'Rourke, sconfitto da Ted Cruz. Una spaccatura pertanto anche geografica, quella tra Gop e Dem, che vede la mappa politica degli Stati Uniti divisa tra un “mare rosso” (il colore dei Repubblicani) che si estende all’interno del Paese e un perimetro azzurro, però circoscritto soprattutto tra le due coste, East e West, con alcuni distretti del Texas in cui si sono affermati candidati democratici come Vicente Gonzales o Filemon Vela.

Anche in Florida, osservata speciale, in quanto storicamente si afferma che bisogna guardare ad essa per capire dove va l’America, i Democratici, alla Camera, hanno avuto la meglio solo su circa un terzo dei distretti. Nell’immediato futuro Trump, oltre alla possibilità di insistere sulla contraddizione di un Paese sempre più tranciato anche nella dicotomia tra metropoli, da una parte, e città e paesi dell’interno, dall’altra - in aggiunta a quelli di frontiera con il Sud - potrà mobilitare ulteriormente quell’elettorato sempre più refrattario al cosiddetto melting pot senza confini o a quell’economia sempre più esposta ai flussi esterni, e avrà di fronte a sé anche l’opportunità di affinare e mettere in gioco le sue capacità di businness man. Quale migliore occasione per un uomo d’affari come Trump “monetizzare” le dinamiche di un mercato politico radicalizzato, ponendosi egli anche come uomo di Stato in grado di mediare?

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