Usa 2020

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hillary clinton trump

Uno, due e tre! Dopo essere stata sconfitta dal suo collega di partito, Barack Obama, alle primarie del Partito Democratico del 2008, e da Trump alle elezioni presidenziali del 2016 – pur avendo ottenuto, va ricordato, in ambedue i casi, la maggioranza dei voti espressi a suo favore - Hillary Rodham Clinton ci riprova. Almeno così pare, a sentire i media statunitensi, come la Fox, che ieri ha data la notizia, o il Wall Street Journal, che le ha voluto dedicare un articolo. Insomma, Hillary Clinton dovrebbe candidarsi alle elezioni presidenziali del 2020, per sfidare il presidente incumbent, quello in carica, se non ci saranno clamorose evoluzioni nella politica americana. Intanto, però, Clinton dovrà vincere le primarie del suo partito, prima di battersi, ancora una volta, per una rivincita, con il tycoon americano.

Ce la farà? Difficile, se non impossibile. Intanto il Wsj parla di una nuova Clinton, diversa dalle precedenti. Quello che è uno dei pochi giornali non pregiudizialmente ostili a Trump, scrive che la moglie dell’ex presidente Bill Clinton la troveremo in una versione 4.0, che ricorderà la progressista radicale degli esordi, quella che nel 1994 si batteva per la copertura sanitaria universale (così come le due presidenze Obama). Trump, dunque, almeno sulla carta, come avversario dovrebbe avere più sé stesso, che non un avversario vero, ed avviarsi, de plano, verso la presidenza bis. Nel frattempo Clinton avrebbe già pronta una strategia. Con una novità: nel suo staff non ci dovrebbe essere più Huma Abedin, il suo braccio destro degli anni passati, che qualche grattacapo le creò per alcune vicende legate al marito di lei. E poi non è da escludere che Clinton non sarà più quella 2.0, ovvero assai moderata, dell’esordio in Senato nel 1999 e della campagna contro Obama del 2008.

Né quella 3.0 delle primarie e della campagna 2016, spostata più a sinistra (anche per la concorrenza di Bernie Sanders) e capace di conquistare le élites costiere che le avevano preferito Obama, ma a prezzo di un imprevisto tracollo nei collegi del Midwest, sottovalutando anche il messaggio di Trump e il vero indirizzo che l’America di ieri e quella di oggi ha intrapreso. Hillary, dice il Wsj, «non consentirà che quella umiliante sconfitta per mano di un dilettante segni la fine della sua carriera». Ma è proprio questo il punto: continuare a considerare un «dilettante» Trump, non potrà che condurre l’aspirante prima donna della Casa Bianca ad un’altra sconfitta. Per fare come il Nixon sconfitto da Kennedy nel 1960, ma vincitore otto anni dopo, alle prossime presidenziali Clinton dovrà fare ben altro che mobilitare l’esercito di donne in carriera, sfruttare i social network, e raccogliere donazioni, com’è scritto nella sua agenda elettorale. La sua speranza sarà di emergere come una forza inarrestabile per smontare Trump, correndo per il movimento #MeToo, per la sanità per tutti e per il controllo delle armi. E metterà da parte sia Bill che Obama, per presentarsi come orgogliosamente indipendente. Dopo più di trent’anni, pertanto, la Hillary 4.0 sarà la copia aggiornata di quella 1.0. Un vernissage che, però, con tutta evidenza, non basterà a battere Trump.

CommentiCommenti 3

Mauro Tozzi (non verificato) said:

Proporre di nuovo per la seconda volta consecutiva un candidato già sconfitto in precedenza non è una buona idea: è vero che Nixon vinse nel '68 dopo essere stato sconfitto otto anni prima, ma aveva comunque "saltato un turno" nel 1964. Già una volta i democratici avevano portato avanti un candidato per due volte consecutive (Adlai Stevenson nel 1952 e '56 contro Eisenhower) e in entrambi i casi persero.