#VociDalTerremoto

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Nuovo terremoto e purtroppo nuovi sfollati. Il sisma provocato dalle eruzioni dell'Etna ha costretto diverse famiglie del catanese a lasciare le loro abitazioni. Si parla di quasi 600 persone. Nella speranza che lo Stato faccia lo Stato e avvii ben presto un piano di ricostruzione delle abitazioni di quanti ora si ritrovano senza una casa, il pensiero, in questi giorni di festa, inevitabilmente va a chi ha trascorso il terzo Natale consecutivo da “sfollato” o quasi sfollato.

Chi abita dalle parti di Norcia, Amatrice, Pieve Torina, Tolentino, Camerino (giusto per citare qualche comune del cratere) e vede che i segnali di ricostruzione sono ancora praticamente inesistenti, ha un solo pensiero in testa che purtroppo ha assunto con il tempo i connotati di una certezza: “ci sentiamo abbandonati”. E non potrebbe essere altrimenti.  

Giusto per non far credere a qualcuno che questo sia solo uno sterile lamento vittimistico, buono per i microfoni delle tv o per prendere qualche like in più (o meglio qualche “Grrrr”) su Facebook, basta dare qualche dato.

A detta del coordinatore dei comitati del terremoto del centro-Italia Francesco Pastorella, quasi il 50% delle macerie è ancora in strada. E questo, ovviamente, significa che di ricostruzione vera e propria ancora non se ne può parlare. E se poi anche le sistemazioni provvisorie, le famigerate SAE, quando ci sono iniziano a dare problemi, allora la speranza – sì anche quella – inizia ad andare in frantumi. Pavimenti delle casette che diventano ottimi terreni di coltivazione di funghi, tetti buoni per irrigarli quanto basta con più di qualche goccia di acqua piovana che penetra nelle abitazioni, boiler per il riscaldamento mutati in perfette ghiacciaie (come si fa a montarli all’estero delle casette in paesi dove la temperatura invernale scende sotto lo zero?) e tetti piani laddove la neve quando cade, cade in abbondanza.

Tutto questo è bastato per dare vita all’assurdo: gli sfollati per il terremoto sono di nuovo sfollati a causa delle sistemazioni provvisorie, quelle che in teoria dovevano essere “più sicure”. La cosa si commenta da sé. E viene da chiedersi come queste persone possano credere ancora nello Stato dopo che, anche a causa della burocrazia, da due anni e mezzo vivono ancora da sfollati. Uno Stato degno di questo nome non dovrebbe permettere tutto questo. Anzi, se non c’è, sarebbe ora di mettere a punto un piano d’emergenza serio che, in caso di calamità, preveda la sistemazione in tempi rapidi delle popolazioni colpite e, contemporaneamente, sblocchi il ripristino delle condizioni di partenza.

Eppure basterebbe incrociare quegli occhi carichi di tristezza mista a rabbia di quanti ora vivono in condizioni precarie per trarre la spinta interiore (se quella esteriore tarda a partire) e rimboccarsi le maniche, principalmente per non far sentire abbandonato nemmeno uno dei poveri terremotati. Evidentemente, questo accade poco durante le “passerelle” politiche (che non mancano di certo).

Certo, la manovra economica pare abbia assegnato altri fondi per questi territori, condita con altre misure che prolungano lo stato di emergenza. Ma il punto è un altro: quanto altro tempo devono aspettare queste popolazioni per vedere rifiorire un po’ di vita? Sì, il vero nemico di questi territori, ora, è proprio il tempo. Con il tempo, se nulla o poco più si muove, la speranza viene a morire e con essa interi paesi, e con i paesi verrebbe a mancare tutto un patrimonio di valore inestimabile fatto di profumi, tradizioni, sapori, dialetti. Elementi che hanno da sempre caratterizzato e reso uniche le singole comunità del centro Italia.

Per cui, senza dimenticare i disagi che vivono anche i terremotati in Abruzzo e in Molise (a proposito, del sisma molisano si è parlato poco o nulla ma non per questo i disagi sono inesistenti), il grido che sale da questi territori è unanime: fate presto qualcosa! In gioco non c’è solo la ricostruzione materiale ma anche quella sociale, culturale, folkloristica, enogastronomica. A questo danno, purtroppo, nessuna manovra economica potrebbe porre rimedio, se non si agisce in fretta.

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