Il caso dello Stato di New York

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La legge approvata dallo Stato di New York, che consente l'aborto anche fino alla nascita del bambino se la gravidanza viene considerata genericamente un rischio per la "salute" della madre, non sorprende, pur nell'istintivo orrore che essa suscita. Non sorprende perché la legalizzazione di un aborto ormai indistinguibile dall'infanticidio, praticato su bambini ormai in grado di sopravvivere autonomamente, costituisce l'esito prima o poi inevitabile della logica che fin dagli anni Sessanta e Settanta del Novecento ha ispirato le campagne per la depenalizzazione dell'aborto, e i processi politici e giuridici che quella depenalizzazione hanno concretamente realizzato, nei paesi liberaldemocratici occidentali.

A partire da quel periodo, infatti, nelle società di radice europea è stata quasi ovunque bruscamente sovvertita la concezione che per quasi due millenni aveva regnato, nel diritto come nel sentire comune, in materia di maternità e paternità: cioè che il nascituro, come poi il bambino, rappresentasse il patrimonio supremo da tutelare, e che la soppressione della vita di un bambino non ancora nato da parte dei genitori fosse sempre ingiustificabile.

Tale rovesciamento avvenne nel nome della nuova ideologia che si stava diffondendo nei paesi industrializzati opulenti a partire dalla ribellione dei baby boomers: quella del diritto alla assoluta autodeterminazione soggettiva, e cioè dell'identificazione tra diritti soggettivi e desideri.

I movimenti legati a quel nuovo progressismo "biopolitico" iniziarono, infatti, a sostenere che la realizzazione personale, il perseguimento di ogni "stile di vita" desiderato dagli individui, non dovevano essere frenati da alcun dovere, divieto, rinuncia e soprattutto legame.

In particolare, l'ideologia che invocava la liberazione delle donne dalla subordinazione alla società "patriarcale" e "maschilista" esigeva che esse potessero tanto disfarsi del legame matrimoniale, quanto rifiutare la maternità (attraverso l'uso dei contraccettivi), e addirittura rifiutare una gravidanza già in atto se non voluta: vista, quest'ultima, come un'ingiusta "prigione", una palla al piede che impediva alla donna di perseguire la libertà personale.

Questo era l'inizio di una china discendente che non si è mai più arrestata. Quando infatti si comincia a considerare la gravidanza e la maternità non più come una condizione naturalmente legata ai rapporti sessuali ed amorosi – condizione che in quanto tale comporta doveri e limiti tanto per

la donna quanto per l'uomo - ma come un ostacolo ai diritti soggettivi della madre (ma anche del padre), la conseguenza politica, giuridica e culturale non può essere che la giustificazione dell'aborto come elemento di liberazione e promozione umana. E, dunque, non può essere che la fine di una cultura della vita fondata innanzitutto sulla cura e la pietà verso gli esseri più deboli, con la conseguente "desacralizzazione" dei bambini e la loro derubricazione ad oggetti, a strumenti degli adulti. Strumenti per la realizzazione di desideri e stili di vita se voluti, "progettati", "pianificati". Strumenti di oppressione da sopprimere senza rimpianti se frutto di circostanze sfuggite alla volontà dei genitori, oppure se visti come un onere: un elemento di controllo maschile sulla donna o di peggioramento della qualità della vita dei genitori.

Questo mutamento epocale si affermò inizialmente in maniera obliqua, non sfidando frontalmente l'idea che i nascituri andassero comunque tutelati dalla giurisdizione. I movimenti abortisti cercarono di persuadere (con successo in quasi tutti i paesi occidentali) le opinioni pubbliche, i giudici e i politici che l'aborto (anzi "interruzione di gravidanza", come si cominciò a definire ipocritamente, come a spersonalizzarlo e a far dimenticare che ci fosse di mezzo l'atto di porre deliberatamente fine ad una vita umana innocente ed indifesa) dovesse essere legalizzato in quanto "male minore", soltanto nei casi di grave pericolo di vita per la madre, o, più genericamente, per evitare che le donne rimanessero vittima di aborti praticati clandestinamente. E infatti le legislazioni adottate da quei paesi in larga parte mantennero per lungo tempo questa impostazione: l'aborto vi veniva definito come qualcosa da non giustificare né incoraggiare, ma da consentire come extrema ratio una volta fallite altre alternative, per evitare mali ancora peggiori.

Ma nella cultura politica egemone del progressismo radical-libertario ben presto questa impostazione venne decisamente messa da parte e ignorata, e sempre più si cominciò a parlare apertamente dell'aborto come un "diritto della donna": anzi, un diritto fondamentale, proprio perché rappresentava l'"arma totale" che impediva la subordinazione della libertà femminile alla volontà altrui. Tanto che ogni tentativo di proteggere la vita dei bambini non ancora nati circoscrivendo il fenomeno, ogni tentativo di fornire alternative all'aborto in termini di assistenza psicologica e/o di welfare, ogni obiezione di coscienza da parte di medici e sanitari verso quella pratica, cominciarono ad essere ferocemente demonizzati da gran parte dei movimenti femministi, e dai gruppi politici e intellettuali che li appoggiavano, come tentativi di riportare le donne in una condizione di sudditanza; di "ritornare al Medioevo", intendendo con questo la restaurazione piena di una società governata da arcaiche logiche patriarcali.

Dal momento che questa visione cominciò a farsi strada, fino a diventare cultura ampiamente condivisa in società sempre più secolarizzate, scalzando in nome dell'onnipotenza degli adulti il sacro orrore del sacrificio dei piccoli, non ci si poteva certo aspettare che essa si arrestasse davanti a limiti convenzionali come le soglie imposte come età massima del feto per consentirne legalmente la soppressione.

Non esiste infatti alcuna differenza qualitativa tra un embrione fecondato e un bambino in procinto di essere partorito, o già partorito, ma soltanto quantitativa. Si tratta, in ogni caso ed in ogni stadio, di un essere umano unico ed irripetibile, dotato di un suo proprio specifico patrimonio genetico, che, se sua madre e suo padre svolgono il ruolo di custodia assegnato loro dalla natura, si evolverà gradualmente in un uomo o in una donna, con la sua dote di esperienze, sentimenti, idee le cui radici affondano inequivocabilmente nella sua vita intrauterina. Quanti si scandalizzano o disturbano per l'aborto al nono mese perché il bambino a quello stadio è capace di sopravvivere autonomamente, giustificando invece l'aborto nei primi tre (o cinque) mesi di gravidanza, dovrebbero sapere che in realtà un bambino anche dopo la nascita per lungo tempo non è capace di sopravvivere senza le cure della madre, e più in generale degli adulti. E che, dunque, in base a tale argomentazione si potrebbe giustificare moralmente anche l'infanticidio conclamato – come purtroppo è stato addirittura già fatto da parte di qualche bioeticista e medico, su basi eugenetiche o "compassionevoli", congiungendolo concettualmente all'eutanasia (un collegamento che è in effetti nelle cose stesse: due aspetti di una stessa cultura della morte).

E tuttavia oportet scandala eveniant: la deriva "disturbante" della legge newyorkese sull'aborto illimitato – e ancor più la celebrazione di essa come grande vittoria dei diritti delle donne, messa in opera con la illuminazione in rosa di un grattacielo del World Trade Center – rappresenta la più eloquente e immediata dimostrazione di quale sia l'esito a cui conduce il piano inclinato della logica che vuole giustificare moralmente e giuridicamente l'aborto. Essa sintetizza nel modo più efficace il rovesciamento radicale che da mezzo secolo le società occidentali hanno imposto alla concezione stessa dell'essere umano propria della civiltà europea: sacrificando senza nessuno scrupolo la vita dei propri figli, ossia la propria speranza di futuro, al nuovo Moloch, all'idolo della libertà irresponsabile, sterile, edonista, iperconsumista dei propri adulti. E preparando così – se non interverrà al più presto un sommovimento storico in senso inverso che ripristini le gerarchie morali abbandonate – la propria decadenza ed autodistruzione.

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