La Giornata del Ricordo

Versione stampabile
Istriani

La professoressa Viviana Dalmas è stata una testimone diretta dell’esilio Istriano-Fiumano-Dalmata, l'abbiamo intervistata nel giorno del Ricordo.

Chi è la Professoressa Viviana Dalmas?

Come gli scrittori Quarantotti Gambini e Fulvio Tomizza, istriani, come i campioni Abdon Pamich e Orlando Sirola, fiumani, come gli stilisti Ottavio Missoni e Mila Nutrizio Schon, dalmati, e come molti altri che hanno dato onore e lustro all’italianità, sono un’italiana della sponda orientale dell’Adriatico, nata a ridosso delle mura del palazzo di Diocleziano. Catanese ormai da più di quarant’anni, vivo con piacere in questa città ma le mie radici non sono qui, come non lo erano a Torino dove ho vissuto sino al matrimonio. Porto sempre nel cuore il campanile di San Doimo, originariamente mausoleo di Diocleziano e prima cattedrale cattolica in Europa.

Professoressa Dalmas, lei che è esule figlia di esuli e che ha vissuto le persecuzioni contro gli italiani in Istria e Dalmazia per mano del regime comunista di Tito cosa può dirci di quei tragici eventi?

Il ricordo diretto più straziante che è rimasto indelebilmente impresso nella mia mente è la voce degli istriani di Torino che, alla fine della messa domenicale, intonavano con la voce rotta dal pianto il canto della disperazione “ Profughi siamo figli del dolor, senza casa e senza focolare… e proseguiva “..se vuoi che torni a noi la vita, fra i nostri cari che lasciammo laggiù, facci tornare tu”. E tutti sapevano che era una supplica assurda, in quanto tutti ben consapevoli che non ci sarebbe stato mai più ritorno. A sei anni non si ha molta consapevolezza della storia, ma con il senno di poi ricordo che una mia compagna di classe alle elementari era Ornella Cossetto, cugina di Norma, martirizzata dai titini.

Come sono stati accolti gli esuli italiani una volta giunti in Italia?

Erano i tempi difficili del dopoguerra e la sconfitta aveva lasciato rancori in un clima politico acceso, per cui dichiararsi italiani significava essere bollati come fascisti e come tali ricevuti molto poco benevolmente dalla madrepatria. Nelle varie fasi dell’esodo i profughi vennero sistemati provvisoriamente in caserme trasformate in campi di accoglienza. Noi fummo accolti prima alla Caserma Passalacqua di Tortona e poi alle Casermette di Torino. La mia insegnante di terza elementare mi confessò, molti anni più tardi, che aveva pianto di paura quando le era stata assegnata la cattedra al campo profughi, credeva di trovare marmaglie incolte; pianse anche quando lasciò il campo: aveva trovato umanità e riconoscenza. Ma negli annali dell’esodo vi sono episodi ignobili di comportamento verso coloro che credevano di trovare sicurezza in patria ed invece trovarono odio ed intolleranza.

Perché secondo Lei non c’è memoria collettiva di questi drammatici eventi che hanno coinvolto decine di migliaia di connazionali per anni?

La storia viene scritta dai vincitori, e, ironia della sorte, i partigiani, nello sfacelo totale dell’Italia, si sono arrogati il diritto di dichiararsi tali. Poiché erano, nella maggior parte, di fede comunista, non potevano accettare che un gran numero di italiani, da loro definiti fascisti, rinunciassero ai paradisi dell’est. Inoltre noi eravamo, e siamo, testimoni ingombranti di una tragedia che si doveva dimenticare al più presto. Ci sono voluti quasi sessant’anni perché ci si ricordasse di 350.000 esuli e di migliaia di infoibati o annegati nell’Adriatico, laddove non esistevano doline carsiche.

Cosa poter rispondere a chi nega che la tragedia sanguinaria delle foibe e il cataclisma esistenziale dell’esilio Giuliano-Istriano-Dalmata non sono mai esistiti o sono eventi marginali della storia patria?

I negazionisti sono sempre esistiti, si preferisce negare ciò che è scomodo, per ignoranza, per opportunità politica o semplicemente perché è più comodo e facile: non occorre farsi un esame di coscienza o dare risposte difficili. Ed è ancora più facile negare ora che vanno scomparendo, per età, i testimoni diretti di quella tragedia. Alla Mostra del Cinema di Venezia è stata rifiutata la partecipazione del film “ Rosso Istria”, con riferimento al titolo della tesi di Norma Cossetto ed al colore della terra istriana, con un cast di attori a livello internazionale, perché l’argomento risultava ancora indigesto a certi intellettuali di fede marxista. 350.000 esuli non sono un fatto marginale, basta andare all’anagrafe di città come Roma, Trieste, Torino e persino Catania, oltre ad innumerevoli altre, o a Sydney, a Melbourne o in Canada ed in altre parti del mondo per trovarli tutti.

Aggiungi un commento