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bigdata

Quando parliamo di big data ci riferiamo, quasi sempre, a dati sensibili: informazioni sull’età, sul sesso, le preferenze e i desideri di acquisto, ma anche la posizione attuale, le abitudini, i viaggi, etc. Quando andiamo su Amazon, ma anche eBay, Netflix o YouTube, le proposte mostrate dai banner sembrano rivolte proprio a noi e ai nostri gusti; e non si tratta di una coincidenza. Nel campo del marketing i big data servono infatti a profilare, permettendo di proporre in modo mirato prodotti o servizi sulla base di necessità o preferenze personali. I big data possono dunque essere raccolti, aggregati, analizzati, profilati, trasmessi e rivenduti e sono la nuova, vera, ricchezza dell’economia globale. Le informazioni, del resto, come noto, sono denaro. Ma quanto valgono davvero questi dati? Il Financial Times ha provato a rispondere alla domanda, pubblicando sul proprio sito un sistema in grado di calcolare, rispondendo a una serie di domande inerenti il proprio status (dai beni posseduti, agli hobby, passando per malattie croniche e stato familiare), il valore commerciale di ogni singolo profilo. Uno studio del Wall Street Journal ha poi stabilito che ciascuno di noi vale per Facebook 80,95 dollari, i nostri amici 0,72$ ciascuno e la nostra pagina completa quasi 1800$. Big data è dunque un termine che indica la capacità di estrapolare ed analizzare un'enorme mole di dati, per scoprire i legami tra fenomeni diversi e prevedere quelli futuri. Le nostre storie, foto e relazioni personali diventano così il prodotto più venduto al mondo e senza alcuna retribuzione per gli originari proprietari.

Esiste una quantità inimmaginabile di dati generata ogni minuto: sono talmente tanti che per misurarli si usa lo zettabyte, vale a dire l’equivalente di un triliardo di byte. Ma quanti soldi generaranno queste informazioni e chi ne trarrà beneficio e dove pagherà le tasse per questo beneficio (se le pagherà)? In merito a quest’ultimo quesito vi è peraltro una proposta dell’OCSE di una equalization tax, basata sul volume di dati personali, che, attraverso la loro attività, le multinazionali dell’economia digitale riescono ad acquisire dalla loro clientela. Dovendo ricondurre un tale tipo di imposizione a qualche modello di prelievo già conosciuto, il riferimento più immediato è alle accise. Certo, resta il problema di come quantificarne esattamente il valore, laddove, sotto questo punto di vista, Arthur Cordell, alla metà degli anni Novanta, formulò un’ipotesi quanto meno suggestiva. Cordell immaginava di tassare il traffico dati, attribuendo ai provider l’incarico di applicare il tributo ed incassarlo per conto dei governi; e ne individuava anche la misura – 0,000001 centesimi di dollaro per bit – sia pure ammettendo che l’aliquota si sarebbe poi potuta adeguare al livello di sviluppo delle attività telematiche. Il problema di tale soluzione, a parte che la citata aliquota comporterebbe oggi un’imposizione troppo elevata, è che non tutti i bit sono uguali, anche considerato che non tutti creano un ritorno economico e tra questi non tutti creano ritorni economici non tassati. Volevo comunque cercare di fare un aggiornamento economico dell’aliquota immaginata da Cordell, pensiamo a quanto paghiamo oggi agli operatori telefonici per il traffico dati mobile.

Il prezzo di mercato è all’incirca 5,00 € per 2 GB di traffico dati. Quindi 2,5 Euro a GB, che è uguale a 1000 MB e quindi 0,0025 Euro a MB. Un Megabyte equivale a 1.048.576 byte ma, per comodità, lo si calcola equivalente a 1.000.000 di byte. E dunque, applicando quei valori ai byte, abbiamo 0,0000000025 Euro a byte. Ma il Byte è la somma di 8 bit e dunque avremmo 0,0000000003125 Euro a Bit. Ecco allora aggiornata la bit tax cordelliana, alla luce dei prezzi di mercato di oggi. Se il consumatore accetta di pagare queste cifre sui suoi traffici internet, perché le grandi aziende del web non dovrebbero accettare di pagare una tale imposta sul valore dei big data, da cui poi comunque ricavano enormi introiti? Proviamo a fare ancora un esempio. Mandare messaggi con WhatsApp consuma circa 5MB ogni 1.000 messaggi (senza calcolare messaggi con contenuti multimediali). Un’azienda che acquisisse 1000 miei messaggi da utilizzare (direttamente o indirettamente) per fini pubblicitari, ipotizzando la bit tax cordelliana, ci dovrebbe pagare 0,0125 Euro. Potrebbe essere questa, dunque, una via da “esplorare”?

 

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