Il caso Englaro, 10 anni dopo

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"Non siamo riusciti a salvare Eluana, ma la battaglia politica e culturale non è stata persa". 10 anni dopo la morte di Eluana Englaro fa ancora parlare di sè. Ed è importante che se ne parli. Ne è convinta Eugenia Roccella, sottosegretario alla Salute all'epoca dei fatti, una delle protagoniste della battaglia politica imbastita dall'allora Governo Berlusconi proprio per salvare Eluana. L'abbiamo intervistata a poche ore dall'uscita del suo ultimo libro "Eluana non deve morire" (edito da Rubbettino) che verrà presentato oggi alle ore 17:30 presso la Sala degli Atti Parlamentari della Biblioteca del Senato, in piazza della Minerva, insieme a Maurizio Gasparri, presidente di ‘Italia Protagonista’, Alfredo Mantovano, vicepresidente del ‘centro studi Livatino’, e Gaetano Quagliariello, presidente di ‘Magna Carta’. 

Il caso Englaro ha scosso l’Italia, è ancora oggetto di studio, e tu sei stata una delle protagoniste della battaglia. Ma com’è che hai deciso di scriverne solo 10 anni dopo?

Non l’ho fatto a scopo commemorativo, ma perché mi sono resa conto che quella vicenda è stata cancellata, rimossa, proprio perché l’azione della politica in difesa della vita è stata eccezionale. Il “caso” Englaro è stato costruito a tavolino, come spiego nel libro, e chi lo ha fatto ha ottenuto, in apparenza, quello che voleva, cioè sospendere a Eluana idratazione e nutrizione, portandola  alla morte. Ma in realtà non ha raggiunto lo scopo vero, che era “porre fine alla concezione sacrale della vita umana” come ha scritto uno dei protagonisti, introducendo in Italia il diritto a morire, esigibile presso il servizio sanitario pubblico. Non ci sono riusciti perché la politica è intervenuta con grande decisione e impegno, fino allo scontro istituzionale tra il presidente della repubblica, Napolitano, e quello del consiglio, Silvio Berlusconi. Un conflitto ai massimi livelli, che non si era mai visto prima. Io credo che nessuno abbia più voluto parlare della vicenda Englaro proprio per la forza di quella battaglia politica, che ha fatto saltare i piani di chi, pazientemente, aveva lavorato per ottenere la sentenza della Cassazione e poi quella della Corte d’Appello che autorizzava il distacco del sondino.

Eppure, nonostante tutti  gli sforzi del governo e della maggioranza parlamentare di centrodestra, la battaglia è stata persa.

Non è proprio così. Non siamo riusciti a salvare Eluana, ma la battaglia politica e culturale non è stata persa. Abbiamo bloccato il tentativo di far passare l’eutanasia in Italia, e gli argini che abbiamo alzato hanno resistito per ben 10 anni. E’ solo con Renzi, e con l’alleanza Pd-5stelle, che il parlamento è riuscito a varare una pessima legge sul testamento biologico, una legge che avevo definito “la via italiana all’eutanasia”. Questa definizione è stata contestata, ma la Corte costituzionale, affrontando il quesito posto nell’ambito del procedimento contro Cappato per il caso di DjFabo, ha sostenuto in pratica la stessa cosa, e ha dato un anno di tempo al parlamento per intervenire. Il ragionamento della Consulta è logico: se questa legge consente al paziente di morire grazie alla sospensione dei sostegni vitali, il bene vita non è più tutelato in modo assoluto, e dunque perché condannare altre modalità, più brevi e semplici, per arrivare alla morte?

Cosa dovrebbero fare oggi il governo e il parlamento per evitare di rendere la legge sul testamento biologico ancora più eutanasica di quanto già non sia?

Cambiarla. Chi oggi vuole difendere la vita può fare una cosa molto semplice: modificare almeno alcuni punti di quella legge, approvata in fretta e furia poco prima delle elezioni,  cancellando per esempio la possibilità di sospendere idratazione e alimentazione per chi non è un malato terminale. E soprattutto dovrebbe (è per questo che ho scritto il mio libro) ricordare con quanta passione, convinzione, energia, è stata condotta, solo dieci anni fa,  la battaglia per salvare Eluana.

Nessuno infatti si aspettava una combattività così tenace da parte del Pdl, all’epoca. Avete utilizzato ogni mezzo a disposizione, fino alla fine. Prima il conflitto di attribuzione tra parlamento e Cassazione, poi l’atto di indirizzo del ministro della Salute, quando anche quello è stato aggirato il Consiglio dei ministri ha emanato il decreto salva Eluana, e dopo che Napolitano si è rifiutato di firmarlo c’è stata la disperata corsa ad approvare un disegno di legge con lo stesso contenuto, direttamente in Parlamento.

Sì, il piano dei sostenitori di Englaro non prevedeva tanta resistenza. L’idea era far morire Eluana durante l’estate, mentre gli italiani erano in vacanza, nel silenzio generale. La sentenza avrebbe costituito un precedente fondamentale, e funzionato da apripista per una legge tutta imperniata sull’autodeterminazione e il diritto a morire. Englaro e quelli che lui stesso ha indicato come la “squadra” che lo ha aiutato, in questi giorni hanno ripetuto più volte, con toni sorpresi e sdegnati, che noi all’epoca “le abbiamo provate tutte” e “siamo arrivati a livelli incredibili”. Questo per me e per chi ha condotto quella battaglia è ovviamente un complimento. E il complimento più inaspettato è giunto da un avversario, il radicale Marco Cappato, che, sostenendo che chi oggi si propone come difensore della vita in realtà non fa sul serio, ha ricordato che durante il caso Englaro il Pdl si era comportato in modo infinitamente più efficace, ottenendo persino un decreto urgente. E conclude “Per ora ho visto grandi proclami e qualche stupidaggine. Non iniziative parlamentari serie. Cioè, a parole, sì. Non nei fatti”. Ecco: io spero che il mio libro sia un piccolo contributo perché la politica ritrovi lo slancio e la convinzione con cui ha affrontato il caso Englaro, e che si ritorni ai fatti.

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