E ora?

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Gli inglesi hanno un modo di dire - il copyright è del ventennale ex allenatore del Manchester United, Alex Ferguson - per descrivere gli ultimi momenti di una competizione sportiva in cui vige l’aut aut: squeaky bum time. Ed è proprio questo refrain, che descrive la concitazione dei momenti decisivi, come quelli finali di un partita di calcio determinante per la Premier League o per una vittoria in Champions, ripetuto come un mantra in questi giorni dai giornalisti britannici, la rappresentazione icastica dello stato d’animo prima del voto di ieri, ai Comuni, a Londra, sul piano del primo ministro Theresa May, relativo ad un accordo su un’uscita controllata dalla Ue, dopo il Leave scelto tre anni fa nel referendum sulla Brexit. Ma lo squeaky bum time, in attesa del voto di oggi o di domani, su un rinvio della Brexit, a 17 giorni dall’uscita programmata alla Ue, si è risolto in un’altra sconfitta del capo del governo britannico. Un finale di match che il primo ministro scozzese, Nicola Sturgeon, contraria alla Brexit, ha definito "del tutto prevedibile".

Ma che l’esecutivo britannico», ha aggiunto, «se fosse stato disponibile ad ascoltare e ad impegnarsi in modo costruttivo, anziché semplicemente assecondare gli estremisti della Brexit, avrebbero potuto evitare. Ora, invece», ha precisato in un comunicato stampa il capo del governo scozzese, «abbiamo un governo che ha effettivamente cessato di funzionare e un paese che rimane in bilico su una scogliera». Ora è vero che la parola tornerà a Westminster, per decidere se il 29 marzo, come previsto finora, l’Uk uscirà dall’Ue senza un accordo, o se invece la Brexit sarà procrastinata, ma è altrettanto vero che incombono le elezioni europee di fine maggio. E il Regno Unito vi prenderà parte o no? È questo, infatti, un altro punto interrogativo che alimenta lo squeaky bum time, poiché se da Oltremanica, per quella data, fossero ancora parte del Vecchio Continente, la partecipazione, con relativa elezione dei deputati, dovrebbe essere garantita, anche se, poi, successivamente, i parlamentari britannici dovrebbero decadere con l’uscita dalla Ue. Un trouble che però tanto caotico non sarebbe stato se il governo di sua maestà avesse deciso non solo di non sottoporre a voto un accordo che in sostanza mantiene alcune prerogative dell’Ue sull’Uk, senza quasi nessun vantaggio per quest’ultima, ma se si fosse preso atto del risultato, tout court, del referendum del giugno di tre anni fa senza troppi indugi, relegando le voci delle cassandre di un default britannico, nel novero dei canti del cigno delle élites finanziarie.

Un’uscita dall’Ue voluta dalla maggior parte degli elettori - al momento disattesa - che è risuonata come un’eco a quell’antica vocazione libera e “piratesca” della Gran Bretagna, “oceanica”, rivolta a quel Commonwealth mai formalmente abolito, di secolare memoria, ed alla special relationship con gli Usa. Specialmente con gli Stati Uniti di Trump. Un garbuglio, ora, su un eventuale rinvio della Brexit, a cui si aggiunge un ulteriore accordo, quello necessario dei 27 Paesi della Ue. E non è scontato che ci sia, visto che il presidente della Commissione europea, Juncker, nei giorni scorsi aveva dichiarato che non vi sarebbero stati ulteriori negoziati tra Ue e Gran Bretagna, oltre quelli già stabiliti e bocciati ieri, per la seconda volta, da Westminster. Forse sarebbe il caso di ricordare le parole del teologo Pietro Lombardo, quando diceva che, in materia di fede, «si crede ai pescatori e non ai dialettici». In questo caso, ai pescatori britannici.

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