Usa

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Donald-Trump

I dem statunitensi avevano puntato tutto o quasi su un esito del cosiddetto “rapporto Mueller” sfavorevole a Trump, soprattutto in vista delle prossime elezioni  presidenziali del 2020. Ma sono rimasti “with nothing”, con un pugno di mosche in mano. Insomma, più o meno come ha scritto il Financial Times,  per il quale il partito dell’asinello è rimasto attonito, al pari dei bambini che vengono a scoprire  che «Babbo Natale non esiste».

Trump, dunque, secondo il procuratore Mueller  non ha cospirato con i russi, in quello che è stato ribattezzato il Russiagate, e il contraccolpo per il mondo liberal rischia di essere durissimo. A nulla varrà la possibilità, eventuale,  che una volta pubblicato integralmente il rapporto – finora si ha notizia soltanto di quanto reso noto dal ministro della Giustizia americano,  William Barr, il quale  ha escluso ogni coinvolgimento del presidente Usa con presunte operazioni russe, alle scorse elezioni presidenziali Usa – in alcuni passaggi del testo potranno essere citati ipotetici conflitti di interesse di Trump. Intanto, a chiare lettere, nero su bianco è stato scritto che Trump non è un agente di Putin.

A questo punto, i dem avranno quindi due questioni impellenti da risolvere, se non vogliono involversi verso un solipsismo politico, che guardi solo ed esclusivamente ad abbattere Trump per via giudiziaria, senza opporgli un minimo di stratetegia politica, che non sia l’odiatissimo, Oltreoceano, “socialismo”. Un “ismo” che, con i vari Sanders in circolazione, è diventato di moda soprattutto tra i giovani millenials amerciani. I dem, pertanto, spalle al muro, ora davvero dovranno capire una buona  volta perché hanno perso nel 2016, e dovranno intuire, un po’ come la sinistra in Italia, quale sia la loro ragione sociale, e intendere  bene cosa fare d’ora in poi.

Se è vero, infatti,  come da tradizione delle democrazie liberali, che  da una parte essi hanno l’obbligo istituzionale di continuare a indagare su Trump, dall’altro è altrettanto vero che rischiano di diventare ostaggi definitivi di quella che la destra Usa chiama “Trump derangement syndrome”, l’ossessione da Trump che ha pervaso la sinistra americana (la medesima ossessione che aveva la sinistra italiana per Berlusconi)  e che le impedisce di opporsi politicamente alla sua presidenza.

La scommessa è quella di continuare a chiedere conto a Trump, questo esige quello che da manuale  è il ruolo di ogni opposizione,  senza farsi inghiottire dal pregiudizio verso il presidente. In ballo c’è qualcosa di più, delle presidenziali del 2020, ovvero quel  principio che pretende che di fronte all’incumbent, il presidente uscente, ci sia una proposta altrettanto valida, proprio per rafforzare quella dicotomia necessaria, autentico “sale” di ogni democrazia maggioritaria. Trump, molto probabilmente, vista anche la mancanza di una proposta politica alternativa alla sua, vincerà, ancora una volta, la prossima sfida elettorale. Ma vi è un obbligo, morale e politico, che gli sfidanti siano, almeno potenzialmente, in grado di fronteggiarlo. Il continuare a chiedersi se e perché, Putin abbia avuto un ruolo  nella vittoria finale di Trump nel 2016, oltre ad essere un tentativo destituito da ogni valore giuridico, rappresenta, in più, la vacuità di un’offerta politica, tutta tesa, come direbbe Platone, solo a «colar olio». Ovvero, verso un dolce far niente.  

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