I grandi dibattiti americani...

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Intanto, una curiosità: chiunque sia mai entrato sul profilo twitter del presidente degli Stati Uniti d’America (@realDonaldTrump), Donald Trump – profilo, va ricordato, aperto ben prima della sua elezione alla Casa Bianca -, si sarà accorto che, a fronte dei suoi quasi 60 milioni di followers, Trump, a sua volta, risponde soltanto con i suoi 45 privilegiati following, gli stessi, o quasi, inamovibili di qualche anno fa. Tuttavia la notizia di questi giorni, di cui si sta dibattendo sui media Usa, è che il Dipartimento di giustizia dello stato americano ha deciso di ricorrere in appello, contro la decisione di un tribunale che, in precedenza, aveva intimato di “sbloccare” alcuni utenti sgraditi al tycoon, i quali, in passato, avevano pesantemente criticato Trump. Martedì scorso, infatti, è accaduto che un collegio composto da tre giudici di un tribunale federale di appello di Manhattan, si è riunito per valutare le tesi contrapposte dei contendenti: da una parte coloro che sostengono che un profilo social di una carica istituzionale abbia una valenza pubblica, e che quindi debba rendersi visibile a tutti; da un’altra quelli che fanno notare come, in realtà, il profilo twitter di Trump sia esclusivamente privato, visto che era stato lanciato ben prima del suo insediamento a Washington.

Tutto è cominciato pochi mesi dopo l’elezione di Trump, quando il neo presidente e il direttore dei social media, Dan Scavino, furono citati in giudizio da sette querelanti - tutti utenti attivi di Twitter e critici del presidente – ai quali era stato impedito di vedere i “cinguettii” di Trump. Ciò ha implicato, come è da regola per gli utenti del servizio di microblogging, che anch’essi non potessero rispondere o semplicemente seguire il dibattito sul profilo del presidente. Un argomento che sta dividendo l’opinione pubblica d’Otreoceano, anche perché, ribattono i difensori di Trump, non solo il presidente twitta solo come privato cittadino e come tale titolare della libertà assoluta di bloccare chi voglia, ma la stessa Twitter è una compagnia privata e non un luogo pubblico in cui viga la garanzia costituzionale alla quale si appellano gli esclusi. Nell’ascoltare le motivazioni, uno dei tre giudici d’appello, Peter Hall, ha rilevato, obiettando al parere espresso dalla presidenza Usa, che «sia curioso che a rappresentare un’entità privata ci sia il Dipartimento di giustizia». Ma il punto è che la disputa sulle implicazioni di questo caso vanno oltre lo specifico confronto attualmente in atto, tra Trump e i sette che si sono appellati al Primo Emendamento della Costituzione a stelle e strisce. Ora è difficile prevedere quale sarà la decisione della corte di giustizia di Manhattan, ma un principio liberale, di cui gli Stati Uniti sono stati per antonomasia da sempre gli alfieri, predica la netta separazione del pubblico dal privato, e non si capisce come un tribunale potrà stabilire che ciò che è valido per tutti, non possa essere applicato a qualcuno. A meno che non si rovesci, negli Usa, quel vecchio brocardo di Giovanni Giolitti, in Italia spesso adottato, secondo il quale la legge si interpreta per gli amici, ma si applica ai nemici.

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