Quell'insegnamento sempre attuale

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Non abbiate paura

Nel mese di aprile ricorre l’anniversario della morte di Giovanni Paolo II, da molti identificato, a ragion veduta, come “il Papa della libertà” che fece crollare il totalitarismo comunista, o come “il Papa dei giovani” che seppe avvicinare alla Chiesa centinaia di migliaia di ragazzi, o come “il Papa dello sport” essendo nota la sua passione per le passeggiate sui sentieri montani e non solo.

Tutto ciò è senza dubbio vero e mette in luce la grandezza della personalità di un Pontefice così amato e così vivace nello spirito e nell’intelligenza, ma proprio per questa sua grandezza non bisogna cadere nell’errore di indulgere troppo sui profili folkloristici e umani del suo pontificato rischiando di dimenticare la solidità e la profondità dei suoi insegnamenti, specialmente in un ambito che – come la quotidiana cronaca attuale insegna – è diventato sempre più problematico, cioè la dignità della vita umana.

L’insegnamento di GPII in questo senso rappresenta la prima di tre parti che andrebbero lette unitariamente, cioè insieme agli insegnamenti del suo successore Benedetto XVI, e di Francesco.

Sul punto si potrebbe molto riflettere, considerando il pontificato di Giovanni Paolo II il “pontificato della fede”, che ha resistito all’ateismo militante e militarizzato del socialismo reale, continuato nel pontificato di Benedetto XVI da intendersi come il “pontificato della speranza”, che ha vivificato un occidente spiritualmente assopito dalle esalazioni delle fumisterie del relativismo d’inizio XXI secolo, per giungere, infine, al pontificato di Francesco come “pontificato della carità”, che scuote le coscienze dell’occidente così assuefatto alla spietata mentalità materialistica e individualistica contemporanea.

Tuttavia, in questa sede, un veloce sguardo all’insegnamento di GPII sulla dignità della vita umana appare necessario non soltanto con lo scopo meramente celebrativo tipico di tali occasioni, ma anche e soprattutto perché costituente la fondativa matrice da cui spesso hanno preso le mosse i due successivi pontefici nella loro opera di evangelizzazione e cristianizzazione del mondo occidentale contemporaneo.

L’insegnamento di GPII è chiaro e solido e in grado di sorpassare quel senso di vergogna – immotivata – che spesso oggi pervade tanti cattolici che intendono parlare di principi non negoziabili, o di difesa del diritto naturale, o di difesa della vita umana.

La prova più diretta di una tale fierezza, che all’un tempo sintetizza quasi il programma del suo magistero sul tema, è un intenso passo dell’omelia tenuta a Washington appena un anno dopo la sua elezione, il 7 ottobre 1979, in cui il giovane Papa polacco così ribadisce con forza:«Tutti gli esseri umani dovrebbero apprezzare l’individualità di ogni persona come creatura di Dio, chiamata ad essere fratello o sorella di Cristo in ragione dell’Incarnazione e Redenzione Universale. Per noi la sacralità della persona umana è fondata su queste premesse. Ed è su queste stesse premesse che si fonda la nostra celebrazione della vita, di ogni vita umana. Ciò spiega i nostri sforzi per difendere la vita umana contro qualsiasi influenza o azione che la possa minacciare o indebolire, come pure i nostri sforzi per rendere ogni vita più umana in tutti i suoi aspetti. Quindi reagiremo ogni volta che la vita umana è minacciata. Quando il carattere sacro della vita prima della nascita viene attaccato, noi reagiremo per proclamare che nessuno ha il diritto di distruggere la vita prima della nascita. Quando si parla di un bambino come un peso o lo si considera come mezzo per soddisfare un bisogno emozionale, noi interverremo per insistere che ogni bambino è dono unico e irripetibile di Dio, che ha diritto ad una famiglia unita nell’amore. Quando l’istituzione del matrimonio è abbandonata all’egoismo umano e ridotta ad un accordo temporaneo e condizionale che si può rescindere facilmente, noi reagiremo affermando l’indissolubilità del vincolo matrimoniale. Quando il valore della famiglia è minacciato da pressioni sociali ed economiche, noi reagiremo riaffermando che la famiglia è necessaria non solo per il bene privato di ogni persona, ma anche per il bene comune di ogni società, nazione e stato. Quando poi la libertà viene usata per dominare i deboli, per sperperare le ricchezze naturali e l’energia, e per negare agli uomini le necessità essenziali, noi reagiremo per riaffermare i principi della giustizia e dell’amore sociale. Quando i malati, gli anziani o i moribondi sono abbandonati, noi reagiremo proclamando che essi sono degni di amore, di sollecitudine e di rispetto».

Il vertice del magistero di GPII intorno alla dignità della vita è condensato in quella monumentale lettera enciclica che è “Evangelium vitae” la quale andrebbe nuovamente riscoperta e ristudiata proprio da tutti quei cattolici che, sempre più influenzati da una rampante cultura secolarizzata, o non riescono ad assumere una posizione intorno alle tematiche etiche oggi emergenti o, peggio, si lasciano trasportare dalla corrente facendo proprie e diffondendo idee e ideologie che nella loro forma e sostanza sono in totale contrasto con l’insegnamento della Chiesa.

GPII chiarisce, infatti, che nel mondo occidentale contemporaneo ci si trova dinnanzi «a una realtà più vasta, che si può considerare come una vera e propria struttura di peccato, caratterizzata dall'imporsi di una cultura anti-solidaristica, che si configura in molti casi come vera “cultura di morte”. Essa è attivamente promossa da forti correnti culturali, economiche e politiche, portatrici di una concezione efficientistica della società».

Prezioso, il suddetto passaggio del paragrafo 12, precursore delle assonanti formule utilizzate dai due successivi pontefici: Papa Benedetto XVI e Papa Francesco, parleranno, infatti, rispettivamente, di “cultura del relativismo” e di “cultura dello scarto”.

Per GPII, infatti, sono almeno tre i motivi per cui si è diffusa una simile cultura della morte, cioè una errata concezione della democrazia, una errata concezione del diritto, una errata concezione della libertà.

Relativamente al primo aspetto, infatti, precisa che «la democrazia non può essere mitizzata fino a farne un surrogato della moralità o un toccasana dell'immoralità[…]. Il valore della democrazia sta o cade con i valori che essa incarna e promuove: fondamentali e imprescindibili sono certamente la dignità di ogni persona umana, il rispetto dei suoi diritti intangibili e inalienabili, nonché l'assunzione del “bene comune” come fine e criterio regolativo della vita politica».

La democrazia, dunque, di per sé non può essere considerata sempre e comunque come un fenomeno morale, specialmente se, in concreto, in essa e con essa si emanano leggi che proprio con la dimensione morale contrastano. In questo senso, emerge il secondo punto, per il quale GPII ritiene, con estrema chiarezza, che «l'introduzione di legislazioni ingiuste pone spesso gli uomini moralmente retti di fronte a difficili problemi di coscienza in materia di collaborazione in ragione della doverosa affermazione del proprio diritto a non essere costretti a partecipare ad azioni moralmente cattive».

Il diritto, infatti, non può essere autenticamente tale se si risolve nella legittimazione di azioni o comportamenti che frontalmente ledono la dignità umana e i principi della ragione naturale che esistono e devono essere riconosciuti come anteriori rispetto al diritto statale.

In terzo luogo, infine, una distorta idea di libertà non può che essere foriera di altrettante distorsioni così che proprio la rivendicazione di diritti si trasforma, spesso, in una paradossale negazione degli stessi:«La solenne affermazione dei diritti dell'uomo e la loro tragica negazione nella pratica risiedono in una concezione della libertà che esalta in modo assoluto il singolo individuo, e non lo dispone alla solidarietà, alla piena accoglienza e al servizio dell'altro. Se è vero che talvolta la soppressione della vita nascente o terminale si colora anche di un malinteso senso di altruismo e di umana pietà, non si può negare che una tale cultura di morte, nel suo insieme, tradisce una concezione della libertà del tutto individualistica che finisce per essere la libertà dei “più forti” contro i deboli destinati a soccombere».

Ecco perché «l'aborto e l'eutanasia sono dunque crimini che nessuna legge umana può pretendere di legittimare».

La comune radice di tutti questi mali risiede, in definitiva, nella radicale negazione da parte dell’uomo contemporaneo della verità ultima e fondativa dell’intera esistenza, poiché come lo stesso GPII ha evidenziato nell’enciclica “Veritatis splendor”, «se non esiste una verità trascendente, obbedendo alla quale l’uomo acquista la sua piena identità, allora non esiste nessun principio sicuro che garantisca giusti rapporti tra gli uomini[…]. Se non si riconosce la verità trascendente, allora trionfa la forza del potere, e ciascuno tende a realizzare fino in fondo i mezzi di cui dispone per imporre il proprio interesse o la propria opinione, senza riguardo ai diritti dell’altro». In conclusione, ecco perché il santo Pontefice dell’est esorta a comprendere come «l'intera società deve rispettare, difendere e promuovere la dignità di ogni persona umana, in ogni momento e condizione della sua vita», per evitare derive totalitarie che possano riproporre nel presente o nel futuro gli antichi orrori già vissuti della civiltà occidentale.

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