Il caso palestinese

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Bibi Netanyahu

Oggi Israele va al voto, per rinnovare l’unica Assemblea dell’ordinamento istituzionale (la Knesset, 120 seggi) con l’attuale primo ministro - capo, con il suo partito, il Likud, di un governo di Destra - Benjamin  Netanyahu, a caccia del suo quinto mandato. Bibi, così è maggiormente conosciuto il leader israeliano, con alle spalle una solida formazione negli Stati uniti, negli ultimi giorni, come raccontano i giornali israeliani, ha buttato sul tavolo la carta con cui spera di stravincere la sfida con Benny Gantz, del  Kahol Lavan: l’annessione della Cisgiordania, l’ultimo lembo di terra in cui i palestinesi potrebbero ancora vedere rispettato un giorno il loro diritto all’autodeterminazione. Ma Netanyahu fa sul serio? Si chiedono i media di Gerusalemme? È davvero pronto a infrangere l’ultimo tabù? Alcuni, come Noa Landau, analista di Haaretz, ha molti dubbi e scrive che le affermazioni del premier vanno prese cum grano salis. Sono anni, ricorda, che Netanyahu è assediato da richieste annessioniste provenienti sia dal suo partito, il Likud, sia da alleati molto più sciovinisti di lui, come Naftali Bennett: da sempre si dice d’accordo, ma poi ferma ogni passo legislativo concreto in quella direzione. Quando, nel febbraio 2018,  si spinse a dire che ne stava discutendo con gli americani, l’amministrazione Trump smentì con durezza.

Adesso gli Usa — che nel frattempo hanno trasferito l’ambasciata a Gerusalemme e riconosciuto l’annessione del Golan — potrebbero aver cambiato idea. Ma Netanyahu è il miglior uomo di destra possibile in Israele, uno che prepara la guerra ma non la fa mai, l’unico degli ultimi premier che non abbia mai fatto sventrare un palazzo pieno di civili a Gaza, quindi, insiste l’esperto,  forse sta bluffando ancora per sfruttare elettoralmente la proposta. Un po’ meno convinto, sempre su Haaretz, è Victor Kattan: «Le parole contano. E se Netanyahu vince, dal giorno dopo sarà sotto pressione perché mantenga la sua». Eppure lo stesso Kattan ricorda lo studio recente di Commanders for Israel’s Security, un gruppo di ex generali, poliziotti e capi dei servizi segreti, secondo cui anche una parziale annessione potrebbe portare «alla fine del coordinamento con l’Autorità palestinese e al suo smantellamento, all’occupazione militare dell’intera Cisgiordania, all’annessione di tutta l’area e all’assorbimento di 2,6 milioni di palestinesi». Il Jerusalem Post, invece, senza mezzi termini afferma che se Netanyahu dovesse vincere di nuovo, sarebbe da considerare un «mago Houdini» e considera le elezioni di domani un referendum pro o contro il primo ministro uscente (e forse rientrante). La domanda che il quotidiano si pone, è se il popolo israeliano ne ha avuto abbastanza del proprio leader negli ultimi dieci anni o se, invece,  crede ancora che egli sia l'unica persona che può continuare a guidare il paese attraverso le acque tempestose che costituiscono il Medio Oriente.  Per i sostenitori di Netanyahu, tuttavia, vi è un’argomentazione rocciosa: Israele, osservano, ha avuto un decennio di prosperità economica sotto Netanyahu e una relativa sicurezza lungo i suoi confini. Sì, ci sono occasionali fiammate nella Striscia di Gaza, ma, nel complesso, sono morti meno israeliani negli attacchi terroristici nell'ultimo decennio rispetto a quello precedente.

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