Legge sulle biotecnologie

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Come preannunciato il mese scorso, la Norvegia ha appena riformato e aggiornato la legge sulle biotecnologie, dopo tredici anni circa dalla sua emanazione. E questo rappresenta il primo grande cambiamento nel paese scandinavo nell’ambito delle biotecnologie, dal 2005. La nuova legge è il frutto di un compromesso politico tra tutti e quattro i partiti al governo, dal diverso orientamento politico e dalla differente sensibilità sui temi etici. Si tratta quindi di un accordo multilaterale in cui tutti sono concordi sul generale ruolo positivo delle biotecnologie, ma su cui sono stati anche apposti dei paletti.

Come affermato da Carl-Erik Grimstad, il portavoce in tema di politica sanitaria del partito politico di sinistra Venstre, la biotecnologia e la genetica si stanno sviluppando a un ritmo impetuoso e il governo deve guardare al futuro, facilitando la ricerca per sviluppare basi migliori per le diagnosi e il trattamento dei pazienti. Dello stesso tenore le dichiarazioni rilasciate dal portavoce del partito conservatore Sveinung Stensland, il quale ha dichiarato che la modernizzazione delle biotecnologie apre la strada per nuove ricerche verso una migliore cura del paziente e una medicina personalizzata più efficace.

Tra le novità entrate in vigore ci sono l’abrogazione della condizione per cui la terapia genetica può essere utilizzata solo per il trattamento di malattie considerate gravi, il favorire di un unico donatore per tutti i figli componenti lo stesso nucleo familiare, il mantenimento della donazione di sperma non anonima e l’obbligo per i genitori di informare il bambino se è stato concepito con la fecondazione assistita, per salvaguardare il diritto a conoscere la propria origine biologica, nonché l’abbassamento del limite di età per la conoscenza dell’identità del padre donatore da diciotto a quindici anni.

Non è passato inoltre, grazie al veto imposto dal Partito Polare Cristiano (KrF), l’emendamento che avrebbe aperto alla donazione di ovuli, nonostante su quest’ultimo tema ci fosse il parere favorevole del Comitato Nazionale di Bioetica norvegese, espressosi nel 2011 e successivamente con un secondo parere nel 2015.

Secondo la Professoressa Marit Melhus, docente di antropologia sociale presso l’Università di Oslo, che per oltre trent’anni ha condotto numerose ricerche sulle tecnologie riproduttive in Norvegia, tre sono le motivazioni principali che hanno condotto al divieto della donazione degli ovuli in Norvegia nel tempo, che il legislatore continua a confermare.

La prima risiede nel contributo al dibattito sul tema dell’antropologia sociale, che ha elaborato la nozione di “maternità unificata” e cioè che la fecondazione, la gravidanza e il parto sono un processo continuo che non va spezzato, mentre l’ammissione della donazione di ovuli interverrebbe con il rompere questo processo naturale.

Secondo la Melhus, inoltre, pesa la storia del paese scandinavo, risalente agli anni ’30 del secolo scorso, e in particolare l’igiene razziale, le leggi sulla sterilizzazione seguite poi dall’avvento del nazismo: è forte il timore dell’eugenetica e della concezione di una società fondata sulla selezione sistematica in base all’ereditarietà genica. Sottolinea inoltre la Melhus che probabilmente non è un caso che, per esempio, nel dibattito sulla diagnostica prenatale, il termine “sorteringssamfunnet”, alla lettera “società di selezione”, abbia avuto molta risonanza nell’opinione pubblica norvegese.

Infine ha poi avuto un ruolo fondamentale il principio di precauzione, rimarcato dal Partito Popolare Cristiano, che ha esteso il divieto della donazione di ovuli anche a quelli della donazione mitocondriale e della fecondazione assistita ai single.

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