ESCLUSIVA

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Sapelli

Giulio Sapelli è stato presidente del Consiglio in pectore per qualche ora. Sarebbe abbastanza inutile, tuttavia, elencare tutte le cariche ricoperte, gli studi fatti, le cattedre da cui ha tenuto lezioni e l'incidenza con cui il suo pensiero ha contribuito allo sviluppo del Belpaese. Basti sapere, prima di leggere questa intervista, che il professor Sapelli, a oggi, risulta essere tra i più lucidi interpreti della contemporaneità politica, geopolitica ed economico - sociale.

A cosa ascrive lei il fenomeno politico chiamato populismo?

"Quello che viene chiamato "populismo", anzitutto, non è "populismo". Secondo le posizioni storiografiche e politologiche, il populismo è, da che mondo e mondo, un'organizzazione di massa che nella versione sudamericana ha una base sindacale, rappresenta gli operai dequalificati e presenta un leader forte, com'è stato per Vargas in Brasile e per Peron in Argentina. Poi abbiamo avuto dei fenomeni populisti, com'è avvenuto per la nascita del Partito Democratico negli Stati Uniti alla fine dell'800', dove a organizzarsi sono state masse formate da contadini poveri. Quello che caratterizza, però, queste forze che chiamiamo populiste è un rapporto diretto tra capo e massa, come il cesarismo e il militarsimo, dove però i capi non sono militari, non sono generali di Stato, ma appartengono alle classi medie e muovono una profonda polemica contro le élite, tutte le élite, tanto economiche quanto politiche. Per quanto riguarda il caso italiano, c'è questione interessante e affascinante, che forse spiega la causa profonda di questo cosiddetto "populismo italiano": l'unica polemica fatta dai populisti nostrani è quella contro la classe politica. Recentemente ha avuto luogo una polemica contro le banche, che è nata sia dal MoVimento 5 Stelle sia, un po', anche dal Partito Democratico, ma solo per via delle crisi che hanno colpito anche le rispettive basi elettorali. Direi che la specificità italiana consiste in questa polemica contro la classe politica. La stessa polemica che c'era in Italia prima dell'avvento del fascismo. Anche in quel caso era stato Il Corriere della Sera a far nascere questo spirito. Oggi abbiamo Stella e Rizzo che hanno creato questa idea de "La Casta". Il Corriere della Sera dell'epoca - pensi - pubblicava Gateano Salvemini che martellava, chiamando Giolitti il "ministro della mala - vita". Per non parlare degli scritti di Luigi Einaudi, anch'egli scagliatosi in maniera feroce contro la classe politica liberale a cui apparteneva, accentuando la lotta contro i socialisti, per poi appoggiare il "fascismo bianco", caratterizzato - come sa - da forti connotazioni populistiche e antitetiche allo Stato liberale. La specificità italica è di dimenticarsi sempre delle classi economiche, polemizzando solo con quella politica".

Il terremoto elettorale odierno dipende da alcune classi sociali? Lei ha accennato a questo tema durante la lectio magistralis che ha tenuto pochi giorni fa per la Fondazione Magna Carta… 

"Mi interessava sottolineare il Marx politologico. Marx, nei suoi libri, ne "Il diciotto brumaio di Luigi Bonaparte" e nelle "Lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850", è il Marx che si occupa di politica e che collega certamente quegli aspetti alle crisi economiche. Studia, però, i rapporti politici tra le classi sociali. Analizzando il periodo della Francia orleanista e il periodo della crisi dell'orleanismo, che darà vita alla dittatura del "piccolo Napoleone", cioè di Napoleone III, si rende conto di come a rilevare sia la crisi delle classi medie. Questo è un fenomeno evidenziato pure da pensatori ingiustamente accomunati alla destra, come Ortega Y Gasset e Miguel de Unamuno, che è un grande umanista. Questi vedono nelle atrocità del franchismo e nella società di Francisco Franco, la rivalsa delle classi medie che l'oligarchia terriera usa, mediante stermini di massa, contro i contadini. Pensiamo al colpo di Stato spagnolo: una terribile guerra di classe contro i contadini, dopo la riforma agraria parlamentare che era stata fatta nel 1931'. La situazione di oggi non palesa ancora la nascita di forti movimenti di destra in grado di rappresentare questa rivalsa della classi medie, che è generata dal predominio di questa finanza "non più buona", ma disgregatrice della società, che è ha alla testa dello stesso capitalismo industriale che ha subordinato a sé".

Come andrà la parabola del governo "giallo - verde"?

"Difficile pensare che si vada verso una crisi. A prevalere è il dilemma del prigioniero: l'uno è collegato all'altro. Non credo che l'ascesa della Lega sia legata alla discesa del MoVimento 5 Stelle. Chi corre maggior pericolo di perdere la sua base elettorale, ma non se ne accorge, per ora è la Lega. Ha una base storica a nord, che è la piccola borghesia industriale e la classe operaistica del nord. Poi condivide con i grillini un elettorato al sud: quelli che sono stanchi del regime di corruzione del sud, che non vogliono pagare il pizzo ecc... C'è una profonda polemica antimafiosa. Però, al sud, la Lega, differentemente dai 5Stelle, ha una forte base tra i ceti industriali. C'è un'incognita: il MoVimento 5 Stelle dipende molto da che cosa pensano le potenze straniere in Italia su come si deve fare per controllare il Belpaese. Il MoVimento 5 Stelle non è una formazione con radici nazionali".

E l'avvento sul piano geopolitico- commerciale della Cina?

"L'avvento della Cina non è altro che il ritorno della Cina. La storia, differentemente da come ha scritto Francis Fukuyama - non si è mai fermata".

Gli americani si arrabbieranno per la questione della "nuova via della Seta"?

"Gli americani si sono già arrabbiati, ma si sono arrabbiati da molto tempo. Il lavorio attorno alla Cina inizia con la nascita dell'Ulivo. In quel periodo, la Cina ha iniziato a pensare di poter governare l'Italia attraverso i rapporti commerciali. Direi che le radici della Cina in Italia - lo ripeto - risalgono ai tempi dell'Ulivo, attraverso persone che possono identificare. Le stesse che, controllando la stampa e i media, occultano queste informazioni. Quello che sta cambiando il mondo è altro: il ritorno a un mondo retto da un rapporto tra Russia e Stati Uniti. Questo garantirebbe un po' di stabilità. Mi pare di poterlo dire, tra mille difficoltà, anche per come si sta risolvendo la questione mediorientale e per come si sta risolvendo la vicenda libica. Certo, mi pare di poter dire che l'Italia, rispetto a questo scenario, è molto sprovveduta. Proprio perché, dopo il trio condannato dagli Usa, cioè Moro, Andreotti e Craxi, che volevano fare dell'Italia una potenza mediterranea, abbiamo avuto dei linee di politica estera molto incerte e molto più condizionate dal rapporto con la Cina, che è diventato nel tempo sempre più pesante e sempre più forte. Lo stesso rapporto che ha investito tutto questo governo, salvo la Lega. Anche le parti del governo non elette, pure i ministri tecnici, hanno questo rapporto con la Cina. Gli Stati Uniti hanno una grandissima preoccupazione. Ma qualcosa ci salva. Dopo la visita di Xi Jinping in Italia, i francesi, quando il leader cinese è andato in Francia, hanno invitato i tedeschi e non noi: il colmo del fallimento di una linea. I filocinesi italiani si comportano come una borghesia vendidora e per questo non vengono rispettati". 


Dal suo punto di vista, come si immagina l'Unione europea dopo il 26 maggio?

"Io dico sempre che è mia moglie ad azzeccare le previsioni elettorali, mentre io le sbaglio sempre. Per quello che prevedo io, non cambierà molto. Il Ppe manterrà le sue posizioni, mentre avrà luogo in forte crollo dei socialdemocratici: i tedeschi, per esempio, non terranno. Ci saranno certamente aumenti di questi partiti neonazionalisti, alcuni pericolosi e neonazisti, ma in nazioni che non portano molti seggi. Pensi a quello che capita in Finlandia e nei paesi ex comunisti. Pensi, ancora, a come sta cambiando la politica spagnola, con l'avanzata di Vox Ciudadanos, mentre i socialisti sono completamente spaccati. Non credo, tuttavia, che avverrà quel cataclisma che tutti si attendono".

Quindi, alla fine della fiera, avremo un'alleanza formata da Ppe, Pse e Alde?

"Sì e proprio per questo, se c'è un consiglio che devo dare alla Lega, è quello di allearsi con il Partito popolare e di non inseguire Marine Le Pen, Viktor Orban ecc.. Il posto della Lega è lì, dove si può negoziare meglio cose fondamentali per l'Italia. In ogni caso, se non si muove la Germania è assurdo pensare che i trattati europei vengano rinegoziati. La grande paura che queste forze trionfino - vedrà - è del tutto sproporzionata. La Lega deve parlare col Ppe se vuole contare in Europa. Altrimenti resteranno un partito d'opposizione e non di governo. D'altra parte, la Lombardia e il Veneto sono a due passi dalla Baviera, Basta guardare la cartina geografica europea. Non vedo perché questo non venga capito".

Passiamo alle politiche economiche: c'è un dibattito sulle ricette da apportare. La tendenza, rappresentata pure da Trump, sembra allontanarsi dalla dottrina dell'austerity. Cosa ne pensa?

"Mi pare che si sita ritornando a una fase - parlando del pensiero economico e degli orientamenti delle grandi istituzioni economiche internazionali - per la quale si ritiene che a essere adottate debbano essere politiche keynesiane e non anti - keynesiane. Si ricomincia a pensare in questo senso. Basta leggere i giornali economici internazionali. La realtà è davanti agli occhi di tutti: la crescita non c'è. C'è un po' di crescita nei paesi arretrati, coma la Cina e l'India. Dove si sono fatte le politiche di austerity, come pure in sud America, siamo di nuovo al ribassamento dei tassi di crescita. Mi sembra che un po' di buon senso stia andando avanti. Certo che questo dalle parti dell'Unione europea non arriva. Ma prima o poi qualcosa cambierà, altrimenti avremo il crollo della società".

 

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