Papale papale

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Chissà se quando sono stati redatti i testi per la Via Crucis papale del Colosseo le fiamme avevano già divorato Notre Dame fino a schiantarne il tetto e la guglia. Probabilmente no. Altrimenti, di fronte all’immagine di quella croce miracolosamente scampata alla furia del fuoco, anche all’autrice delle “meditazioni” del venerdì santo sarebbe forse sembrata un tantino infelice l’evocazione dei crocifissi appesi “come ornamento (sic!) sulle pareti delle nostre belle cattedrali” quale emblema di un cristianesimo “facile” contrapposto alla vera chiamata al riconoscimento dei “nuovi crocifissi” nei volti dei migranti.

La presunta dicotomia tra la comoda agiatezza delle società avanzate e il grido degli ultimi, tra il vangelo identitario della testimonianza di fede e il vangelo globalista della fratellanza universale, è in realtà un refrain piuttosto trito. E’ tuttavia la prima volta che a raffigurazione di una vuota confortevolezza vengono assurti i simboli della cristianità, derubricando addirittura la croce a elemento ornamentale di basiliche e cattedrali la cui maestosità sembra quasi dover essere una colpa da imputare all’Occidente opulento ed egoista.

Ma così va il mondo. E la settimana santa inaugurata dall’arrivo in piazza San Pietro di Greta Thunberg non poteva che concludersi con la Via Crucis più politica di sempre. Con i migranti come cristi crocifissi, le navi delle organizzazioni non governative come calvari popolati da eroi salvatori, la Chiesa che nulla sarebbe senza i moderni samaritani, i centri di accoglienza come novelli cirenei. Con una narrazione banale e cronachistica, ingombrante e semplicistica che toglie spazio al Mistero, con una insistente papolatria che non fa bene allo stesso papato, con l’involontaria ironia di qualche citazione di boldriniana memoria. Con un pesante j’accuse nei confronti dell’Occidente che anche quando tocca temi serissimi - come la mercificazione della persona e lo smarrimento della sua centralità – li svolge a senso unico e nulla sa dire ad esempio sull’avanzata del post-umano che passa per feti abortiti, uteri affittati, bambini comprati, sessualità biologiche negate, fragilità eliminate con il distacco di un sondino.

Nulla, soprattutto, la Via Crucis ci dice rispetto a ciò che nel giorno della Passione di Nostro Signore andrebbe detto: non tanto e non solo come salvare i corpi, ma come condurre al Padre le anime. Che poi è ciò che alla Chiesa dovrebbe stare massimamente a cuore, se con il pretesto dell’”ospedale da campo” non vuole trasformarsi in una gigantesca ong.

E’ proprio nel finale della controversa “meditazione” che questo grande equivoco trova il suo compimento, allorquando si invoca il Signore affinché la resurrezione “sia faro (…) di fratellanza, di accoglienza e di comunione tra i popoli, le religioni e leggi”. Se crediamo che Gesù sia morto in croce per salvarci, se crediamo che è dalla sua croce che passi la salvezza, ai piedi della croce non è l’accoglienza fine a se stessa ma è la conversione che dovremmo invocare. La conversione nostra, la conversione dei popoli, la conversione delle e dalle diverse religioni. E invece di tutto questo non si trova traccia, perché il proselitismo è una parolaccia e la stessa evangelizzazione sarebbe poco rispettosa del nuovo sincretismo “multikulti”.

Insomma, se si volevano usare i migranti per parlare di Gesù, l’impressione è che si sia usato Gesù per parlare di politica.

Il problema non è ciò che si pensa degli indirizzi governativi dell’Italia o di altri Paesi: il problema è che nel venerdì della Passione di Cristo questi non dovrebbero occupare la scena, né per essere approvati, né per essere criticati. Almeno in questo santo giorno c’è qualcosa che dovrebbe venire prima. E allora, una prece: spegnete i microfoni e lasciateci adorare il Crocifisso.

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