Il ricordo

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Jean Vanier

Quando i giornali hanno riferito della morte a 90 anni di Jean Vanier e del cordoglio espresso da papa Francesco, come capita con le persone importanti, molti probabilmente si sono chiesti chi fosse, perché ai più risultava un nome praticamente sconosciuto: Vanier infatti era una di quelle figure straordinarie di cui magari non si parla per anni, ma che nella loro esistenza hanno costruito realtà solide e intessuto reti di relazioni dense di bene. E che la momento della morte “bucano” la superficialità della nostra “infosfera”, prevalentemente costruita su notorietà effimere e destinate a veloci obsolescenze.

Io l’avevo per così dire ‘incontrato’ qualche anno fa, in un libro di Emmanuel Carrère che ritengo bello anche se complesso (Il Regno), e che ha un finale stupefacente, costruito proprio sull’incontro dell’autore con Jean Vanier e con una delle sue comunità dell’Arca.

Più di cinquant’anni fa – racconta Carrère- un canadese che aveva fatto la guerra nella marina inglese, poi era stato ufficiale nella marina canadese, all’improvviso si era messo a studiare filosofia e stava cercando la sua strada. Nel Vangelo, è ancora Carrère che parla, c’è un brano o una frase per ognuno di noi: quella di Vanier si trova in Luca, ed è quella sul banchetto al quale Gesù consiglia di non invitare gli amici ricchi, né quelli del proprio giro, ma i mendicanti, gli storpi, i minorati che arrancano per strada, quelli che la gente evita e che nessuno naturalmente invita mai. Quale fosse esattamente la sua strada, come ha ricordato su Tempi Leone Grotti, “non lo sapeva ancora quando acquistò nel 1963 una catapecchia senza elettricità e acqua corrente a Trosly-Breuil, qualche decina di chilometri a nord di Parigi. Ma lo capì quando un vecchio amico di famiglia, il sacerdote domenicano Thomas Philippe, che viveva nella cittadina, lo invitò a visitare un istituto che curava i malati mentali.

Non era esattamente un posto terapeutico, piuttosto un vero e proprio parcheggio per gli incurabili, quelli che sbavano e urlano a squarciagola, per capirci.

E la sua strada Vanier non la voleva cercare con una soluzione tiepida, sia pure da buon samaritano dei nostri tempi, uno interessato a fare piccole belle cose per i più piccoli: voleva “seguire Gesù” ed essere “eccessivo”, a costo di sembrare “un po’ pazzo.  Affermava che nel messaggio del Vangelo c’è qualcosa di semplice ed eccessivo: Gesù faceva tutto in eccesso. A Cana, trasformò l’acqua in una quantità eccessiva di vino. Moltiplicò una quantità eccessiva di pane e amare i propri nemici è un eccesso di amore. Tutto è eccessivo perché l’amore non può che essere eccessivo.

Rimasi molto toccato dalla visita al “manicomio”, ricordava nel 2002 a 73 anni, in un’intervista al Catholic Herald. “Ho scoperto un intero mondo di dolore e debolezza”. Dopo quella visita, fece un’altra “pazzia”: invitò due disabili, Raphael Simi e Philippe Seux, a vivere in casa sua per “condividere tutto”. “Queste persone non erano viste come esseri umani con un valore. Io invece ho scoperto in loro il Vangelo: io parlavo delle Beatitudini e dei valori del Vangelo, loro invece li incarnavano in modo profondo”. I due ospiti cominciarono a vivere con lui come in una famiglia: era la prima comunità dell’Arca.

Da allora (siamo nel 1964) le comunità dell’Arca si moltiplicarono. Oggi il lascito di Vanier è di 154 comunità in 38 paesi dei cinque continenti e un’organizzazione, Fede e luce, che riunisce ogni mese decine di migliaia di persone con handicap, le loro famiglie e i loro amici in 83 paesi in tutto il mondo.

Ispirate alla sua esperienza e alla sua vocazione sono anche numerosissime pubblicazioni, anche a carattere teorico, perfino una riflessione sulla felicità basata sull’etica aristotelica. Ha avuto anche incarichi ecclesiali importanti: è stato membro del Pontificio consiglio per i laici e ha ricevuto nel 2015 il Premio Templeton, uno dei massimi riconoscimenti mondiali che ogni anno viene attribuito a personalità del mondo religioso. Nel 1983 pronunciò il discorso di apertura dell’Assemblea generale del Consiglio ecumenico della Chiesa, a Vancouver, e nel 1987 su invito di san Giovanni Paolo II partecipò al Sinodo sulla laicità a Roma.

Ma la cifra profonda del suo insegnamento, tutto incentrato sulla concretezza dell’esperienza cristiana, la possiamo cogliere nell’evocazione della lavanda dei piedi, praticata nelle sue comunità, per la quale non posso che rimandare allo straordinario racconto di Carrère, che è come incardinata in una sua famosa riflessione: “Vivere è molto più difficile che morire. Ci sono molte persone che vivono ma sono tristi come la morte. Bisogna vivere l’oggi e ringraziare per ciò che siamo. La gente pensa che dovrebbe fare qualcosa di buono per i poveri, ma in pochi sanno che i poveri possono farci molto bene, possono cambiarci”.

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