Il caso

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"Blasfemia", in larga parte dell'Occidente, ha perso di segno e di significato. Non vuol dire quasi più niente. Perché il relativismo culturale ha svuotato quella parola di origine greca dal suo contenuto morale. Giudicate voi se sia un bene o un male. Dov'è nata e cresciuta Asia Bibi, però, vige un codice penale, che è uno dei tanti adagiati sulla religione islamica, secondo cui all'ingiuria o all'offesa pronunciata nei confronti di Dio, in questo caso di un profeta, consegue una condanna, che alla donna cristiana, almeno in un grado di giudizio, è stata inflitta con quello che potrebbe sembrare particolare rigidismo giuridico: il carcere. Per otto lunghi anni è stato possibile seguire la vicenda di questa contadina pakistana costretta, suo malgrado, a divenire un simbolo contro l'estremismo fondamentalista. Oggi è arrivata una notizia favorevole: Asia Bibi è riuscita a lasciare il Pakistan - non si sa bene come - e ad atterrare in Canada, luogo divenuto residenza per le sue figlie. Sarebbe potuta finire molto peggio.

Se fosse stata una fiction, questa iniziata il 14 giugno del 2009, sarebbe stata seguitissima, ma per una volta attori occidentali hanno lasciato da parte lo storytelling e il meta racconto. Bisogna dire "grazie" ai tanti attivisti per i diritti umani che hanno lottato, agli avvocati, alle associazioni, alle istituzioni e a tutti quelli che, insomma, hanno combattuto per il suo rilascio prima e per evitarle la condanna a morte dopo, perché è così - stando alla pronuncia del 2015 di un'Alta corte pakistana - che sarebbe dovuta terminare la vita di Asia Bibi. Esistono casi, un po' rari, in cui la civiltà occidentale rammenta di poter incidere sulla realtà. A volte bastano un coro unanime e un po' di coraggio. La decisione finale, in ogni caso, è spettata alla Corte Suprema, che ha optato per la assoluzione, quindi per il rilascio. Asia Bibi è innocente, ma agli estremisti islamici non interessa poi molto. Perché la sua esistenza, ormai, prescinde dalla singolarità del caso: far partire la donna pakistana vuol dire darla vinta ai cristiani. Questo - non raccontiamoci altro - è l'innesco ragionato di certa ferocia. E allora le strade di Islamabad, il cui significato letterale, in questo racconto dicotomico strutturato attorno al concetto di libertà, sembra quasi ergersi a mo' di avvertimento, vengono invase da chi non vuole che Asia Bibi muova un passo. Perché di questo, per alcuni, si è trattato sin da subito.

La storia della madre cristiana imprigionata perché ritenuta responsabile di blasfemia non è riducibile a queste poche righe. Bisognerebbe raccontare pure di quelli che, in relazione a questo caso, sono stati uccisi o perseguitati. Ma non sarebbe sufficiente a evocare quella "pesantezza del cuore" che la figlia di Asia ha citato, lasciando il Pakistan. Blaise Pascal, definendo l'uomo come la canna più debole tra quelle esistenti in natura, aggiungeva che per sconfiggere l'essere umano potevano bastare "un vapore" o una "goccia d'acqua". É quello che stava per succedere ad Asia. Blaise Pascal, però, ha anche scritto che la grandezza dell'uomo consiste nel riconoscersi come "miserabile". Asia, in ogni sua dichiarazione, ha dimostrato di farsi piccola dinanzi a Dio. L' ingiusta pretesa degli estremisti, molto più ingombranti della loro vittima, è forse caduta per sempre. "Eppure - ci ha insegnato un altro gigante, che è J.R.R. Tolkien - tale è il corso degli eventi che muovono le ruote del mondo, che sono spesso le piccole mani ad agire per necessità, mentre gli occhi dei grandi sono rivolti altrove". Asia è libera, ma ci sono tante altre "piccole mani" in grado di muovere il mondo che siamo chiamati, da miserabili, a non dimenticare: sono quelle dei milioni di cristiani perseguitati.
 

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