Gran Bretagna

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Theresa May ha appena comunicato la sua intenzione di presentare le dimissioni da primo ministro del suo paese, che saranno effettive dal 7 giugno. Ciò accade il giorno dopo la tragicomica apertura delle urne in Gran Bretagna, fatto che ha sancito, al di là di ogni possibile difesa, la sconfitta della linea adottata dalla Premier per gestire la vicenda Brexit all’indomani del cruciale referendum. Le sue parole, piene di commozione, non lasciano spazio a dubbi: ”Ho fatto tutto quello che potevo per convincere la Camera dei Comuni a votare l’accordo, ma purtroppo non ci sono riuscita.” Questa decisione della May, seppur attesa, contribuisce a gettare ancora di più nello scompiglio lo scenario politico britannico, contraddistinto dal prepotente emergere del Brexit Party di Nigel Farage, fondato soli tre mesi fa e accreditato del 35% dei suffragi in queste elezioni europee, di cui lunedì si conoscerà il risultato. D’altro canto il risultato negativo di cui la premier dimissionaria si rammarica non può assolutamente essere attribuito a suoi errori strategici, ma sembra al contrario una realtà del tutto inesorabile.

Infatti tutti gli indizi avrebbero dovuto portare a pensare chi avesse osservato la questione con attenzione che l’UE non avrebbe mai potuto accettare le condizioni chieste dal fronte del Leave, secondo cui occorreva mantenere il libero scambio delle merci con i paesi dell’Unione, rinunciando però a far parte del programma Schengen per quanto riguarda la libera circolazione degli individui sul territorio europeo. Era infatti chiaro che godere dei vantaggi di stare in Europa senza pagare nessun pegno sarebbe stato ritenuto inaccettabile dagli organi dell’Unione incaricati di gestire la trattativa con la Gran Bretagna, poiché tutti gli altri paesi avrebbero chiesto le stesse condizioni di favore e poiché da ultimo paesi come la Norvegia, che non fanno parte formalmente dell’UE, avevano dovuto accettare la libera circolazione delle persone per entrare a far parte del mercato comune europeo.

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