L'analisi

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I risultati delle elezioni europee del 26 maggio offrono numerosi motivi di riflessione sotto vari profili.

Sul piano continentale, esse hanno offerto un panorama frammentato e diversificato non riconducibile ad una lettura unitaria, che segna probabilmente la fine di una lunga stagione caratterizzata dal dominio delle grandi famiglie partitiche, ed in particolare dei popolari e dei socialdemocratici. Ora, sotto la pressione delle grandi mutazioni negli equilibri globali e dei conflitti tra filosofie e interessi molto diversificati al suo interno, la distribuzione dei suffragi nei vari stati aderenti all'Unione ha evidenziato la sempre maggiore difficoltà di formulare un'ipotesi unitaria di "governo" delle complesse istituzioni comunitarie, dentro e fuori l'area della moneta unica.

Popolari e socialisti, incalzati dall'avanzata dei vari sovranismi e conservatorismi, potranno forse ancora controllare i nodi di potere fondamentali dell'Unione alleandosi con liberali e verdi, ma una tale larghissima coalizione molto probabilmente innescherà dinamiche centrifughe, a partire dall'eterogeneo e diviso gruppo popolare. E sarà dunque sempre più difficile negare lo stallo strutturale in cui oggi si è venuto a trovare, dopo quasi un settantennio di storia, di tutto il progetto e processo di integrazione; così come l'urgente necessità di una ridefinizione delle sue regole fondanti che dia maggiore voce in capitolo ai popoli, a partire dai contesti fortemente difformi nei quali le loro economie e società si trovano, dalle diverse priorità che ad essi si impongono. E che attribuisca una maggiore responsabilità politica effettiva ai titolari delle cariche istituzionali comunitarie nei confronti degli elettori e delle opinioni pubbliche.

Insomma, si può dire che gli esiti di queste elezioni indicano chiaramente un logoramento epocale e forse definitivo della "partitocrazia" continentale (a sua volta strettamente legata da un rapporto simbiotico alla "euroburocrazia"), aprendo la strada a combinazioni politiche inedite e, forse, per la prima volta alla possibile nascita di autentiche leadership politiche democratiche a livello dell'intera Unione. Non quindi – come temono molti osservatori ed attori che evocano la minaccia del sovranismo – ad una disgregazione, ma al contrario alla nascita o crescita di anticorpi che quella disgregazione possono contrastare attraverso una ridiscussione e ricomposizione degli assetti di potere.

Come si pone, in questo quadro, il risultato delle elezioni in Italia?

La schiacciante vittoria della Lega di Salvini – spalleggiata dall'ottimo risultato di Fratelli d'Italia – , la simmetrica débacle del Movimento 5 Stelle e le complessivamente magre performance delle altre forze politiche principali ci dicono chiaramente che nel nostro paese il baricentro della politica viene saldamente incarnato, oggi, dalla leadership di una destra liberale e nazionale che – in una posizione di maggiore protagonismo rispetto ad ogni altra forza di destra dell'Europa occidentale e mediterranea - si pone tra i protagonisti di quella composita coalizione sovranista animata dall'intenzione di cambiare decisamente gli equilibri di potere dell'Unione.

Ma se Matteo Salvini si presenta come il leader indiscusso di questo schieramento ciò è dovuto – questo mi pare l'elemento più importante da considerare per esprimere una valutazione sul suo attuale successo – al fatto che egli ha saputo operare, nella sua strategia, una sintesi inedita tra due tendenze storiche che si sono incrociate, negli ultimi anni, nella dialettica politica del nostro paese.

Da un lato, infatti, egli ha intercettato con grande efficacia e audacia il montare nell'opinione pubblica italiana di una richiesta imponente di difesa e valorizzazione dell'identità nazionale rispetto alle minacce provenienti dalla globalizzazione economica, dal terrorismo, dallo "scontro tra civiltà", in particolare a partire dalla grande crisi mondiale del 2008. Dall'altro, egli ha raccolto con apparente naturalezza – quanto consapevolmente e quanto per una tendenza storica che trascende la sua persona è difficile dirlo – un'eredità politica centrale nella storia della democrazia italiana: quella dei "moderati" che hanno costituito una "massa critica" nell'opinione pubblica, nell'elettorato e nella classe politica nei momenti decisivi del secondo dopoguerra.

I "moderati", in Italia, a dispetto del nome, hanno spesso costituito un blocco rilevante di opinione politica caratterizzato essenzialmente dall'inquietudine rispetto a fenomeni destabilizzanti, e dall'opposizione attiva nei confronti di tendenze ideologiche dominanti, dell'invadenza delle macchine partitiche, della tracimazione dell'apparato statale rispetto alla società civile. I moderati sono stati coloro che hanno fatto argine al comunismo, all'iperburocratizzazione, allo statalismo, generando fenomeni politici e aggregazioni decisive nella difesa dell'autonomia di individui e comunità. Dalla Democrazia Cristiana di De Gasperi al socialismo autonomista e liberale di Bettino Craxi e alla coalizione di pentapartito, fino alla "discesa in campo" di Berlusconi e alla sua alleanza di centrodestra, le forze politiche che hanno catalizzato le paure e le speranze dei moderati hanno dato voce e potere a maggioranze che altrimenti sarebbero state solo silenziose.

Ora, il nuovo corso identitario e liberal-sovranista della Lega di Salvini, giunto a piena maturazione in un percorso di mutazione del suo partito durato quasi un decennio, incarna nell'attuale contesto storico-politico un ruolo analogo di chiamata a raccolta del corpo sociale "allarmato", alla ricerca di una difesa contro minacce altrettanto preoccupanti di quelle sopra citate. Salvini – spesso dipinto dai suoi oppositori e demonizzatori come un ruvido estremista - si presenta invece chiaramente come il rappresentante aggiornato ai tempi di una società allergica a ideologie e astrazioni, desiderosa di azione e fatti, spaventata da fattori disgreganti convergenti, rispetto ai quali si è sentita abbandonata dalla classe politica e burocratica, derisa da quella intellettuale e mediatica: l'impoverimento e la precarizzazione causati dalla globalizzazione selvaggia, l'insicurezza causata dall'immigrazione incontrollata, la perdita del senso della comunità generato dall'invecchiamento della popolazione, dalla denatalità sempre più accentuata, dalla disgregazione della famiglia.

Per questo motivo Salvini e il suo campo sovranista sono diventati i bersagli di una feroce ed incessante opera di delegittimazione da parte del blocco ideologico del "politicamente corretto" italiano – come De Gasperi lo fu a suo tempo da parte dei comunisti di obbedienza sovietica - che quei fenomeni invece cavalca come fattori di progresso in nome di una visione del mondo caratterizzata dal più radicale relativismo culturale ed etico. Un'aggressione continua che – come nel caso di Berlusconi – ha ulteriormente compattato intorno al leader e allo schieramento il consenso della maggioranza finalmente, di nuovo, non più silenziosa.

A questo punto, l'attuale ministro dell'interno e leader della Lega ha il compito gravoso di capitalizzare quel consenso in maniera oculata ed efficace, in modo da evitare che la dinamica dell'"uno contro tutti" e il peso enorme delle aspettative concentrate sulla sua persona ne provochino in breve tempo la dispersione, come è stato nel caso di Craxi, di Berlusconi e in quello, solo in parte simile, di Matteo Renzi.

Il grande problema delle leadership moderate nel nostro paese – con la parziale eccezione di De Gasperi – è stato innanzitutto quello di non riuscire a trasformare la forza di contrapposizione e di argine in forza di decisione politica, in proposta progettuale, e in forme di organizzazione in grado di trasmettersi nel tempo mantenendone le caratteristiche essenziali.

E' proprio in questo senso che Salvini dovrà dimostrare, se ne sarà capace, la sua caratura politica: trasformare il consenso dei moderati del XXI secolo in scelte di governo efficaci e durature, in grado di incidere sia sul piano interno che su quello europeo e internazionale, e trasformare la sua creatura politica – divisa tra dimensione di governo locale e movimentismo magmatico da comitato elettorale personale – in una stabile struttura in grado di produrre dibattito, idee, progetti, classe politica per le generazioni future.

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