Il voto in Europa

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victor orban

Il blocco di Visegràd, la cui ispirazione risale storicamente lontano nel tempo, sorse nel 1991 ed è divenuto famoso politicamente in tempi molto recenti per via della compattezza nelle posizioni politiche. Parliamo della Polonia, la Cechia, la Slovacchia e l’Ungheria, sulla cui sponda del Danubio sorge la città-castello di Visegràd – dove è conservata la Sacra Corona Apostolica di Santo Stefano d'Ungheria – da cui il nome, ben indicativo della tendenze politiche del gruppo. Esso è costituito di quattro repubbliche ex sovietiche, in cui, ognuno con le proprie particolarità, hanno sviluppato tendenze fortemente conservatrici, con un forte senso identitario legato alla cultura cattolica, o quantomeno ben poco allineate al pensiero progressista occidentale.

 

Iniziamo dalla Polonia, un caso abbastanza noto, perché aveva già visto alle elezioni parlamentari (Sejm) del 2015 una fortissima affermazione del partito Conservatore “Diritto e Giustizia” (PiS, in polacco), con al traino una serie di partitini satellite scissi dallo stesso per differenze ideologiche, tendenzialmente più conservatrici, che però non hanno partecipato a questa tornata elettorale. Il secondo partito era la Piattaforma Civica (PO) del Presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, di centrodestra (N.B. eletto con il solo voto contrario della Polonia stessa, ritenuto troppo liberale per i loro standard), poi altre formazioni minori di centro e di destra, con la completa esclusione delle sinistre: fuori il partito erede del comunismo polacco.

 

Alle elezioni europee il successo governativo del partito conservatore ha costretto tutte le opposizioni a fare fronte comune, la Coalizione europea (Koalicja): dal PO del Presidente Europeo Tusk, al centro, sinistre e verdi, che nonostante tutto non sono comunque riuscite a sopraffare il partito di governo. Non ha invece aderito la sinistra socialdemocratica di Primavera (Wiosna) che si è presentata da sola. Gli altri due sfidanti erano (quasi) tutti di destra: la Confederazione (Konfederacja) che radunava partiti ancora più a destra e vigorosamente euroscettici; l’altro, Kukiz 15, il partito del cantante punk Paweł Kukiz, che con una prospettiva molto nazionalista – è noto per la sua vicinanza a tutti i movimenti della destra radicale giovanile – si propone come movimento di denuncia della corruzione governativa.  

 

Stravince col 45,38% il partito di governo che si prende 27 seggi su 52 che vanno così ai Conservatori e Riformisti; con 38,47% perde 6 seggi la coalizione europea che resta a 21, che andranno tutti ridistribuiti tra i partiti istituzionali (Popolari, Socialisti, Liberali, Verdi); Wiosna (Socialisti) si deve accontentare di soli 3 seggi con 6.06%. Fuori dal parlamento le opposizioni di destra (di cui è rilevante Kukiz soltanto perché sarebbe dovuto essere uno dei principali alleati del Movimento 5 Stelle nel gruppo della Democrazia Diretta) e altre formazioni minuscole di sinistra.

 

La Cechia rappresenta un caso molto interessante, perché apparentemente funziona al contrario di tutte le altre nazioni. Qui infatti tra i partiti della solita competizione elettorale, centrodestra (ODS), centrosinistra (CSSD), comunisti (KSCM) e i democristiani (KDU-CSL), nel 2011 ha fatto breccia il partito della contestazione alla corruzione, ANO (in ceco “Sì”), dell’ex imprenditore e ministro delle finanze Andrej Babiš, divenuto poi Presidente del consiglio in seguito alle ultime elezioni nazionali; ma non è stato l’unica sorpresa: si è aggiunto anche il Partito pirata, una formazione concentrata sulla politica di internet, che avvalora le tesi degli “anarchici” del web, chi cioè vuole una libertà totale nella navigazione e condivisione dei contenuti, dall’ingerenza di qualsiasi organo governativo, a cui si aggiunge una maggiore digitalizzazione della vita pubblica e politica (e-democracy) e altre politiche libertarie tendenzialmente riferibili al centrosinistra.

 

Ano (ALDE) si conferma primo partito a livello nazionale, guardando la mappa circoscrizionale tutta la Cechia è gialla – colore dei liberali europei -, tranne Praga che vede la maggioranza divisa tra il centrodestra di TOP 09 (PPE, con gli indipendenti di STAN) e i conservatori di ODS che conquistano la seconda posizione; il partito pirata si salva con il terzo posto. Come dicevamo è molto singolare il fatto che il partito affiliato a livello europeo coi liberaldemocratici sia fortissimo in tutto il territorio tranne che nella capitale, dove vincono centrodestra e destra. Possiamo spiegare questa apparente distorsione sia col fatto che i cechi siano in Europa, secondo le statistiche, il popolo meno cristiano e religioso in assoluto, sia constatando che la vera anima di Babis sia quella populista anticorruzione, con toni identitarî, piuttosto che quella tipicamente euro-liberale, che probabilmente sfrutta paradossalmente in chiave anti-istituzionale.

 

Anche dalla Slovacchia notizie insolite ma preannunciate. Si tratta infatti probabilmente della nazione più a destra di tutta l’Unione europea, alle ultime elezioni legislative aveva visto una importante affermazione dello SMER, seguito però da molti partiti di centrodestra, destra e pure estrema destra. Lo Smer è l’erede del partito comunista, uno dei pochi di tutta l’Unione a mantenere ancora quella tradizione molto sociale e poco liberal-individualista, cosa che evidentemente lo ha premiato consentendo al leader Robert Fico di guidare un governo di coalizione coi nazionalisti, il centrodestra e la minoranza magiara, e l’esplicita esclusione dal presidente Andrej Kiska del “Partito Popolare nostra Slovacchia” di Marian Kotleba, che a dispetto del nome rappresenta l’estrema destra.

 

Già all’inizio di quest’anno le elezioni presidenziali avevano fatto trionfare la liberale ed europeista Zuzana Čaputová, del partito socio liberale e ambientalista Slovacchia Progressista (Liberali) che era rimasto escluso dal parlamento nazionale alle legislative. A questa elezione europea il partito della neopresidente si allea con il centrodestra liberale di SPOLU (PPE) e guadagnano due seggi a testa (20,11%) strappandoli al Partito Nazionalista, ai nazionalpopulisti “Siamo una famiglia” (Sme Rodina), alleati di Salvini, e ai rappresentanti delle comunità magiare, tutti rappresentati in parlamento. Riescono invece a entrare lo Smer, in seconda posizione (15,72%) che perde un seggio e resta a tre; il partito Nostra Slovacchia (APF) di Kotleba (12,07 %) che come dicevamo è sostanzialmente la nostra Forza Nuova, i cristianodemocratici (Popolari - 9.69 %), Libertà e Solidarietà (Conservatori – 9,62 %), tutti con due seggi; mentre entra per un soffio perdendo un seggio “Gente comune” (Conservatori – 5,25 %).

 

Concludiamo con una delle nazioni più “chiacchierate” e sicuramente discusse di tutta l’Unione Europea: l’Ungheria e soprattutto il suo Presidente Viktor Orbàn. Fin dal 1990 partecipa alle elezioni del parlamento col partito FIDESZ (Popolari), dal 2006 alleato ai democristiani (KDNP) raggiungendo quote attorno al 50% e il picco del 52,73% nel 2010. Alle ultime si è attestato al 49%, seguito dallo Jobbik che ha sfiorato il 20%, una formazione nata come estrema destra, in opposizione a Orbàn e si sospetta che in questa funzione abbia ricevuto anch’essa finanziamenti dal magnate ungherese George Soros che l’abbiano fatta moderare e mutare sostanzialmente, questo spiegherebbe l’uscita di una corrente che ha fondato il partito nazionalista cattolico “La nostra patria” (Mi Hazànk), che però non ha ancora avuto risultati soddisfacenti; sempre alle ultime elezioni nazionali i socialdemocratici quasi al’12%, i Verdi al 7% e i socio liberali al 5%.

 

Il Presidente Orbàn, ormai al suo terzo mandato, pur essendo nel gruppo dei popolari europei è fortemente osteggiato per il suo governo ritenuto troppo autoritario e illiberale, tant’è che i popolari europei hanno provato a escluderlo dopo ripetuti avvertimenti e inviti a cambiare la politica interna. Ciononostante a queste elezioni il suo partito ha ottenuto oltre la metà dei consensi, guadagnando il 51,48% con 12 seggi, di cui uno alla destra cristiana, lo Jobbik, non ancora iscritto in alcun grippo europeo, si deve accontentare di 3 seggi con il 14, 67%, gli ultimi tre seggi ai socialdemocratici in una piccola coalizione al 10,9%.

 

Come vediamo ci sono stati qua e là richiami europeisti e liberali, ma in tutte le nazioni si conferma uno spirito euro-critico pur non avendo nessuno di questi intenzione di uscire dall’Unione Europea, la quale con ingenti finanziamenti ha perlopiù permesso notevoli sviluppi economici, queste sono infatti le nazioni che stanno crescendo di più sul territorio comunitario. L’eccezione rilevante è quella ceca dove non sappiamo cosa farà il gruppo di ANO, che comunque rimane per esempio contrario alle politiche di immigrazione dell’Unione, però conferma l’eterogeneità dei gruppi europei. Quanto alle coalizioni liberali progressiste potremo osservare come si muoveranno in questa nuova UE e cosa otterranno alle prossime elezioni nazionali.

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