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Il feto abortito dopo le 20 settimane prova dolore. Così come possono provare dolore tutti i nati prematuri che in alcuni Paesi non vengono sottoposti a cure di rianimazione per volontà di un medico o di un genitore. E' un dolore censurato, sottaciuto, talvolta negato. Ma come il dolore di qualsiasi individuo più o meno adulto, non può essere ignorato. A dichiararlo non è Giuliano Ferrara, qualche vescovo cattolico, e tanto meno le militanti femministe pro life. E’ il frutto di una ricerca che una ventina di scienziati di tutto il mondo hanno condotto sui bambini ancora non nati e sui neonati di 24 settimane.

Non si tratta di scienziati cattolici né ideologicamente schierati ma di scienziati e basta. Sono italiani, tedeschi, americani, australiani ed hanno studiato, sotto il coordinamento di Giuseppe Buonocore e Carlo Bellieni dell’Università di Siena, il dolore neonatale, pubblicando un volumone (Neonatal pain; Suffering, pain and risk of brain damage in the fetus and newborn, Edizioni Springer), per addetti ai lavori, che se dovesse entrare nei circuiti mediatici della divulgazione non scientifica potrebbe (o sarebbe meglio dire, dovrebbe) rivoluzionare il modo di pensare e valutare le questioni della vita di molti di coloro che in questi ultimi mesi di quelle questioni hanno fatto una battaglia ideologica che civile.

Chi non sa manifestare il dolore prova dolore, eccome. E la scienza in questo campo sta compiendo passi da gigante. “Fino a vent’anni fa - spiega Carlo Bellieni, neonatologo dell’Università di Siena - si negava addirittura che il neonato provasse dolore, e non si utilizzavano quasi mai farmaci antidolorifici, come la morfina, in caso di operazioni chirurgiche. Poi qualcosa è cambiato. Uno studio sullo sviluppo cerebrale dei bambini – poi divenuti adulti - che erano stati sottoposti ad operazioni chirurgiche in età neonatale senza morfina, e quindi soggetti ad un dolore prolungato e persistente, ha dimostrato che quei bambini crescevano con importanti danni cerebrali. Oggi lo studio degli ”scienziati dei bambini” consente di affermare che da una certa settimana in poi - almeno la diciannovesima, ma non è detto che non sia prima – nell’utero materno i bambini provano dolore. Possiamo calcolare il dolore attraverso la risonanza magnetica nei prematuri, continua Bellieni. Lo si fa anche andando a prelevare nell’utero il sangue del bambino prima e dopo averlo sottoposto a degli stimoli dolorosi. La ricerca ha dimostrato che vi è un aumento degli ormoni, come l’endorfina e l’adrenalina, tipici di chi è soggetto a stati dolorosi. E questo dimostrerebbe dunque, che tra la 19.ma e la 25.ma settimana di gestazione il bambino soffre

Cosa accade dunque in caso di aborto terapeutico, quello che si pratica cioè entro le ventiduesima settimana di gravidanza? La ricerca indica delle linee guida molto precise, che consigliano di somministrare anestetici al feto prima dell’interruzione volontaria della gravidanza dalle venti settimane in poi.. Nessun fanatismo per il feto, nessuno slogan da battaglia. Nessuna indicazione di “non abortire”, dunque. Solo una presa di coscienza su una realtà e attenzione per la sofferenza dei bambini. Una scoperta scientifica e un’attenzione umana di cui gli scienziati nostrani, quelli che hanno fatto della scienza un dogma, non possono non tener conto.

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