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In queste settimane si sono avvicendate in materia di università proposte di riforma che si sono aggiunte ai programmi elettorali dei due maggiori partiti PdL e PD. Penso in particolare a quella di Confindustria, al mio intervento su Liberal del 27 marzo, e ora all’intervento di Quagliariello su l’Occidentale.

Sono emersi alcuni elementi comuni che fanno sperare nella possibilità che la prossima legislatura porti a innovazioni di un certo rilievo sorrette da un consenso relativamente ampio.

I punti chiave di una prospettiva riformista che risponda alle esigenze di modernizzazione del nostro sistema universitario si possono riassumere nella esigenza di affiancare alla autonomia la responsabilità e nella necessità di avviare condizioni di vera e sana competitività fra gli atenei.

Se queste sono le premesse occorre instaurare un circolo virtuoso che consenta di legare una parte dei finanziamenti alla valutazione dei risultati conseguiti dalle singole università, di attribuire agli atenei la responsabilità del reclutamento dei professori, nel rispetto di verifiche nazionali di idoneità, di consentire concretamente che una parte della retribuzione dei professori sia collegata ai risultati conseguiti in termini di qualità della ricerca e della didattica.

A questo riguardo è dunque necessario intanto un sistema di valutazione, che non può tuttavia esprimersi nelle forme iperburocratiche e farraginose dell’Anvur, una sorta di orwelliano grande fratello, e che attribuisca una parte dei finanziamenti agli atenei sulla base dei risultati conseguiti, come proposto già a suo tempo in un emendamento di An alla Finanziaria. Credo poi che sia opportuno mantenere un filtro nazionale che certifichi la idoneità scientifica raggiunta dai futuri professori, ferma restando la libertà delle sedi di chiamare chi ritengano più adeguato. La libertà di chiamata proposta dal PD, sulla scia di quanto sostenuto da Confindustria, se non corredata da una serie di garanzie, rischia di favorire un generalizzato abbassamento della qualità della docenza e diminuisce la trasparenza. D’altra parte anche la completa privatizzazione del rapporto può comportare il rischio di un contratto collettivo nazionale, che sindacalizzerebbe l’università, ovvero può condurre ad una precarizzazione della docenza, come risulterebbe dalla applicazione in via esclusiva della contrattazione individuale. Meglio un meccanismo che nel rispetto di alcuni limiti fissati per legge preveda la possibilità di contratti individuali con cui premiare non solo l’”impegno”, ma innanzitutto i risultati della ricerca e la qualità della didattica. Ovviamente ciò presuppone, come già proposto nel citato emendamento di An, che una parte delle risorse stanziate sia destinata a finanziare la contrattazione individuale.

Fondamentale appare l’esigenza di incoraggiare l’apertura dell’università ai giovani. Occorre intanto unificare le varie figure di contrattisti in un’unica figura di ricercatore a contratto, dotata di tutela previdenziale, favorendo altresì la destinazione di specifiche risorse al reclutamento di giovani ricercatori. Ritengo poi siano le università a dover decidere se servirsi di ricercatori a contratto o a tempo indeterminato. Personalmente riterrei un errore la completa eliminazione dei professori a contratto, che rischierebbe di far perdere utili esperienze professionali al mondo dell’università; il meccanismo di una libera docenza nazionale, per soddisfare esigenze di questo tipo, rischierebbe del resto di essere particolarmente farraginoso.

Un punto centrale da cui non si potrà sfuggire è quello di incrementare i finanziamenti alle università. Occorre senz’altro aumentare i finanziamenti privati all’insegna del principio “niente tasse sulla ricerca”, e tuttavia fino a quando rimarranno ai livelli più bassi fra i Paesi Ocse lo stato dovrà fare la sua parte. La ricerca va inoltre liberata dalle pastoie burocratiche e dai tempi lunghissimi per ottenere i finanziamenti: avere risorse dopo un anno dalla richiesta è un non senso.

A fronte di un incremento dei finanziamenti privati, appare senz’altro ragionevole che lo stato si faccia carico di sostenere la ricerca nel campo delle scienze umane, destinata verosimilmente ad essere più trascurata dalle imprese.

Una seria competizione non si può fare peraltro quando molti atenei italiani sono sull’orlo del dissesto finanziario. E’ un tema questo trascurato in molte analisi. Occorrono piani pluriennali di rientro concordati fra singole università e ministero, al cui rispetto collegare l’attribuzione dei finanziamenti. Più che chiudere d’imperio università o singole sedi, misura non realistica, sarebbe utile innanzitutto incoraggiare una razionalizzazione virtuosa dei corsi di laurea, che hanno raggiunto la astronomica cifra di 5450. A questo riguardo, a un decennio dalla introduzione del 3+2 sarebbe opportuno fare il punto sul suo funzionamento che per qualche aspetto sembra suscettibile di miglioramento.

Se non appare realistico e nemmeno utile che vi sia un generalizzato meccanismo di specializzazione in poche discipline di tutti gli atenei, è senz’altro doveroso che si incoraggi con incentivi finanziari la specializzazione dei piccoli atenei favorendo il loro collegamento con la realtà produttiva locale.

Più che liberalizzare la tassazione universitaria, che sarebbe un aggravio ulteriore per le famiglie e favorirebbe gli abbandoni, ripropongo invece quanto già ebbi modo di inserire nel ddl presentato al Senato, vale a dire la possibilità di convenzioni fra studenti e università in virtù delle quali ci si impegni a versare, conseguita la laurea, alla università di provenienza, nella prima dichiarazione dei redditi, e con rate anche pluridecennali, una piccola percentuale. L’aumento della tassazione è invece giusta su coloro che siano fuori corso da più di un anno. Per i meritevoli, in particolare se sprovvisti di redditi adeguati, deve essere esclusa o ridotta qualsiasi contribuzione così come vanno sensibilmente incrementate le borse di studio.

Un passaggio chiave è la realizzazione di un sistema trasparente di informazioni agli studenti: dalla certificazione di qualità che tenga conto dei livelli delle strutture, dei corsi e dei risultati, con riguardo ad esempio al tempo necessario per i laureati a trovare lavoro, alle informazioni sui curricula dei singoli docenti.

Infine due punti: la internazionalizzazione del nostro sistema universitario e la riforma della governance.Occorre innanzitutto eliminare i vincoli burocratici alle chiamate, consentendo libertà di chiamata laddove il titolo sia ufficialmente riconosciuto. E’ poi opportuno, più che una liberalizzazione selvaggia della governance, sperimentare forme nuove di governo degli atenei che consentano fra l’altro di aprire le università ad ex alunni e a finanziatori esterni.

Su un tema così delicato come quello della università occorre essere consapevoli che le resistenze saranno molto forti. Proprio per questo serve una politica di riforme che proceda con coerenza e determinazione, secondo una evoluzione graduale, che favorisca la raccolta di un consenso ampio e che non sia vissuta come qualcosa “contro” l’università, ma “per” il Paese.   

Sen. Giuseppe Valditara

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