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“La ragazza con la pistola” di Mario Monicelli prodotto nell’anno di grazia (e poca giustizia) 1968 con una splendida Monica Vitti torna, di tanto in tanto, sui teleschermi, specialmente dei canali digitali. E’ una commedia che prende in giro “Divorzio all’italiana” di Pietro Germi (annata 1961). La ragazza, sedotta ed abbandonata nella Sicilia Anni Sessanta, non si dà per vinta. Con una pistola nella borsetta, va a Londra (dove il seduttore fa il portabarelle in un ospedale) e riesce, con le brutte più che con le belle, a mettere a posto la questione.

 

La direste una “fanciulla fragile”? Assolutamente no! Tuttavia, alle protagoniste delle opere di Giacomo Puccini (di cui ricorrono i 150 anni dalla nascita) viene sempre appioppato l’aggettivo “fragile”. “Manon Lescaut” – lo sappiamo – ne fa di cotte e di crude (rubando gioielli e argenteria tra un amante e l’altro) prima di finire nel deserto della Luisiana. “Tosca” ammazza a coltellate il capo della polizia in quel di Palazzo Farnese, mentre la Regina di Napoli dà un banchetto e Napoleone vince la battaglia di Marengo. Giorgetta (de “Il tabarro”) fa l’amore quasi di fronte al proprio marito. “Suor Angelica” non ha paura di andare all’inferno suicidandosi. “Madama Butterfly” fa, stoicamente, hara-hiri. “Turandot”, invece, se la spassa a far decapitare i propri innamorati.

E Minnie de “La fanciulla del West” in scena a Roma (dopo venti anni d’assenza dalla capitale?) bara a poker: la posta è il suo uomo Dick (ed evitare di andare a letto con lo sceriffo Jack). Dick, che fa l’onorata professione del ladro di cavalli e dell’oro scavato a dura fatica dai minitori, viene condannato all'impiccagione sulla pubblica piazza del villaggio, la “fragile” “fanciulla” salta sul proprio destriero e con la carabina spianata si riprende il giovanotto (specificando che appartiene a lei, ed a Dio) impegnandosi di andare a giuste nozze (i DICO non erano di moda ai tempi della febbre dell’oro) e di lasciare, per sempre, la California. Nel primo atto era entrata in scena (la “cavatina” in lessico operistico) con la carabina puntata per sedara una rissa tra minatori. Proprio tanto fragile da fare tenerezza.

Sulla fragilità della rappresentazione del “genere debole” nelle convenzioni operistiche, Catherine Clément, allieva dell’Ecole Normale Superieure, prediletta da Lévi-Strauss, scrisse un saggio di 360 pagine%0D (“L’Opéra ou la défaite des femmes”, “L’opera o la disfatta delle donne”). Lo pubblicò Gallimard nel 1979, epoca di femminismo imperante ed imperversante. Fu prontamente tradotto in italiano per i tipi di Marsilio. Ne sono al centro non soltanto le delicate fanciulle pucciniane ma anche le donne wagneriane, considerate “forti per finta”. Negli Anni Ottanta, i registi facevano a gara a mostrare ancora più debole quello che Simone de Beauvoir chiamava “il secondo sesso”.

Il Teatro dell’Opera di Roma ha in scena in questi giorni proprio “La fanciulla del West” in un allestimento co.prodotto con la Los Angeles Opera – lì nella California del Sud di donne fragili non so quanto se ne intendano.  In questo allestimento (regista Giancarlo Del Monaco), la protagonista Daniela Dessì non dà alcuna idea di fragilità : canta cavalcando un destriero bianco- il suo innamorato Fabio Armiliano (se fosse biondo e si pettinasse assomiglierebbe a Alan Ladd ne “Il cavaliere della valle solitaria”) ne cavalca uno nero; ha ispessito la voce sino a giungere a vette wagneriane (Emmy Destinn, per cui Puccini pensò il ruolo, era cantante wagneriana); ha un volume con cui riempie la vasta sala del Costanzi senza mai un cedimento. E’ chiaramente “in comando” del suo uomo, dello sceriffo, dei minatori, degli indiani e del servizio postale-bancario Wells Fargo. L’applausometro ha premiato Armiliato perché il tenore ha la sola aria (bissata a grande richiesta) dell’opera. Ma è chiaro che appena calato il sipario, la gentil fanciulla dirà a lui cosa preparare per cena.

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