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Sergio Cotta scrisse La sfida tecnologica, un’opera profondamente anti-ideologica, nel 1968, nell’ anno fatidico in cui ebbe inizio uno scatenarsi dell’ideologia, destinato a prolungarsi per anni ed anni e a produrre gli effetti che tutti ben ricordiamo. E’ un libro che, a chi oggi torni a leggerlo senza pregiudizi, appare capace di spiegare fino in fondo la genesi del “Sessantotto” e di indicarne i possibili esiti. A Cotta infatti appariva ben chiaro come fosse indispensabile dare risposte alla crisi antropologica e culturale indotta dall’energia tecnologica e individuava in una costante e spregiudicata attenzione ai bisogni oggettivi dell’uomo l’unico modo per “gestirla”. Il Sessantotto scelse invece un’altra strada, quella di un prassismo cieco, di un libertarismo volontaristico, di un individualismo narcisistico, di una esaltazione rozza e cieca della violenza: tutti elementi, questi, che vennero da molti identificati o fruttuosamente coniugati con innumerevoli varianti eterodosse del marxismo. L’ostilità di Cotta nei confronti del “Sessantotto” e di tutte le sue successive degenerazioni fu radicale e irriducibile: egli fronteggiò la “contestazione studentesca” con la rara fermezza di chi, avendo partecipato intensamente alla Resistenza, arrivando a conquistare una medaglia al valor militare, non poteva certamente lasciarsene intimorire.

Il suo ulteriore lavoro scientifico fu ampiamente orientato dall’esperienza sessantottesca. Il carattere quasi endemico assunto dalla violenza politica negli “anni di piombo” non si limitò a suscitare in Cotta, come in tanti altri, solo un forte senso di repulsione morale, ma attivò le sue più profonde energie speculative. In una serie di libri mirabili (ricordiamo tra tutti Perché la violenza, del 1977) Cotta cominciò una paziente opera di decostruzione del contesto culturale all’interno del quale il Sessantotto si era manifestato e che oggettivamente lo aveva prodotto, anche se non intenzionalmente: il contesto rappresentato ai massimi livelli da Norberto Bobbio. Per quanto personalmente fosse un uomo profondamente mite, in Bobbio, come in tutti gli intellettuali che riconoscono alla “prassi” un primato sulla “teoria”, restò sempre una certa soggezione nei confronti della violenza: lo dimostra il fatto che egli non riuscì mai a condannare fino in fondo la violenza “ideologica” (cioè quella posta in essere dalla “sinistra”), limitandosi a stigmatizzare con fermezza solo la violenza da lui ritenuta “bruta” (quella di “destra”). A livello filosofico-giuridico, Bobbio  non riusciva a spiegare il diritto, se non riducendolo ad un insieme di norme emanate dal “sovrano” e imposte ai “sudditi” e quindi garantite esclusivamente dalla minaccia delle sanzioni (cioè in definitiva dal “monopolio legale della forza”). Di conseguenza, Bobbio si rassegnava a pensare la guerra come un concetto “forte” e la pace come un concetto “debole”.  Cotta rovesciò questa visione del diritto e della politica e creò una scuola di pensiero per la quale il diritto appare come relazione tra pari, una attività-per e non un’attività-contro; un’esperienza nella quale il momento sanzionatorio, ovviamente ineludibile, deve restare sempre e comunque contrassegnato da una misura, che lo distacca nettamente dalla logica cieca e irrazionale della violenza. Ne segue che la pace, per Cotta, non va pensata come il frutto di un mero accordo convenzionale, forse nobile ma certamente fragile, ma come il valore intrinseco di ogni coesistenza sociale, o, se si vuole, la cifra riassuntiva della giustizia. In questo modo, Cotta torna a recuperare e a rivitalizzare, grazie ad un’ antropologia originalissima, tematiche giusnaturalistiche: l’uomo ha bisogno dell’altro, perché per sua natura è un essere relazionale, che solo nell’altro trova se stesso. Il diritto custodisce la relazione interpersonale, come relazione pacifica e pacificante, valida universalmente, ostile a qualsiasi forma di discriminazione (è questo il tema centrale del suo capolavoro filosofico, Il diritto nell’esistenza, del 1984). E’ la politica, invece, che creando logiche chiuse e antagonistiche di potere attiva inevitabilmente forme di aggressività e di ostilità, che nessun accordo freddamente, ancorché democraticamente procedurale, potrà mai contenere adeguatamente. Solo se si dis-centra la politica (secondo la distinzione agostiniana tra la città degli uomini e la città di Dio), solo cioè se si inquadra la politica in una logica relazionale, al cui vertice va posta l’esperienza umana della fraternità (presupposto dell’esperienza mistica della carità) è possibile, secondo Cotta, smascherare e ripudiare definitivamente la violenza, mostrandone la vera identità: che non è quella, come pensano i teorici della rivoluzione, di una prassi pseudo-salvifica che apre al nuovo nella storia, ma di un umiliante cedimento alle nostre più brutali pulsioni narcisistiche. Il libro dedicato da Cotta a questi temi, Dalla guerra alla pace, del 1989, probabilmente il più importante testo di filosofia politica italiana di quegli anni, può essere interpretato come un ammirevole e definitivo superamento filosofico degli anni della contestazione e della violenza.

Negli anni Settanta, Sergio Cotta prese posizioni molto ferme e inequivocabili in merito all’introduzione del divorzio e alla legalizzazione dell’aborto e si impose come protagonista delle relative campagne referendarie. Dagli avversari, e spesso anche da alcuni amici (o pseudo tali), il suo impegno contro il divorzio e contro l’aborto venne connotato come primariamente religioso e ricondotto senza mediazioni alla sua fede cattolica, da lui in tutto l’arco della sua vita mai nascosta, ma nemmeno mai esibita estrinsecamente. Per quanto indebita, l’accusa di integralismo gravò pesantemente sulla sua immagine e fu altrettanto pesantemente strumentalizzata per nascondere l’ ispirazione squisitamente laica delle sue battaglie. Cotta non combatteva per l’indissolubilità del vincolo matrimoniale in quanto vincolo sacramentale, né si poneva come difensore della vita umana prenatale, adottando argomentazioni teologiche o para-teologiche, come quelle che si riassumono nell’ espressione sacralità della vita. Per lui, nell’uno come nell’altro caso, si trattava di difendere non valori religiosi, ma principi giuridici, condivisibili da credenti e non credenti, purché consapevoli che il vincolo giuridico esiste per difendere le reciproche spettanze dei soggetti e non per avallare le pretese del loro arbitrio individuale. Non è la fede, ma è il diritto a istituire il matrimonio come reciproco impegno di vita comune senza termini e senza condizioni, un vincolo che solo soggetti liberi e responsabili possono se vogliono assumere pubblicamente: l’introduzione del divorzio, nella prospettiva di Cotta (e non solo nella sua, ma di tutta la severa scuola giuridica della laicissima Italia liberale post-risorgimentale) è il segno di un inaccettabile cedimento alla logica del soggettivismo. Analogamente, se il diritto legalizza l’aborto, di fatto sceglie, nel drammatico contrasto d’interesse tra la madre e il figlio, la parte del più forte, cioè, semplicemente, quella dell’ingiustizia. In un uomo, come Cotta, in cui la fermezza speculativa si accompagnava alla fermezza morale, queste ragioni erano più che sufficienti per giustificare il suo impegno nelle campagne referendarie per l’abrogazione della legge sulla divorzio prima e di quella sull’aborto poi. Non c’è alcun dubbio che né nell’una né nell’altra campagna, terminate con insuccessi inequivocabili, le sue argomentazioni riuscirono a giungere all’attenzione dell’opinione pubblica. Ma non c’è nemmeno alcun dubbio che, al di là dei due casi concreti di riferimento, esse mettevano il dito sulla piaga del diritto contemporaneo, che non è più in grado di presentarsi come giustificabile in termini di giustizia, cioè come motivato dall’esigenza di difendere e promuovere il bene umano oggettivo, come bene di tutti. Di questa crisi del diritto stiamo oggi diventando alla fine consapevoli ed è dal lascito ideale di Sergio Cotta che possiamo e dobbiamo prendere le mosse, per affrontare i nuovi problemi che il nostro tempo ci pone.


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