Versione stampabile

Sul Foglio del 26 maggio, sull’onda dell’interesse del libro di Mario Calabresi, Adriano Sofri non resiste a giocare ancora una volta con le parole, e scrive una Lettera a un giovane apprendista assassino, utilizzando l’ordinaria retorica apocalittica, zeppa di residui brechtiani e anche di roba casereccia, canzoni in vinile come Ragazzo mio di Tenco. L’articolo di Sofri ha fatto rumore per la rivelazione en passant che lo Stato, “allora cattivo e fazioso”, gli avrebbe proposto di uccidere in combutta con lui. Sul Corriere Antonio Cairoti si chiede se l’alto esponente degli affari riservati che avrebbe proposto a Sofri un delitto fosse Federico Umberto D’Amato, morto nel 1996. La rivelazione di Sofri diventerà l’ennesimo tormentone sui misteri italiani e l’attenzione si sposterà dal libro di Mario Calabresi e dalle vittime del terrorismo ai servizi segreti italiani, con interviste a non finire a vecchi esponenti di LC, ex-terroristi, notabili DC e PCI dell’epoca, fino a esaurirsi nella solita nebbia italiana.

In attesa di nuove informazioni che dosate col contagocce Sofri non mancherà di elargire nella consueta enfatica prosa, è necessario sottolineare che la rivelazione è contenuta in un articolo al centro del quale è Luigi Calabresi, il commissario di quello Stato “cattivo e fazioso”, che si convinse della colpevolezza degli anarchici e di cui non si sa bene – ripete l’Adriano nazionale – dov’era o chi c’era nel suo ufficio quando Pinelli morì. “Un delitto commesso da uno Stato è peggio di un delitto commesso da un privato” commenta perentorio Sofri e rievoca la decisione con i suoi amici di diventare l’”altro Stato”, la campagna contro Calabresi e il comunicato finale “Giustizia è fatta”. Per non trascurare alcun particolare, rievoca come tra le 800 autorevoli firme del manifesto dell’Espresso contro Calabresi vi fossero anche quelle di Primo Levi, Giancarlo Pajetta, Giorgio Amendola. Sofri invita il giovane apprendista terrorista a cui indirizza la lettera a non sparare a un buon sindaco di sinistra di oggi, scambiandolo per un boia imperialista, anche se lo Stato è ancora pieno di buchi e miserie. Abbiamo però seri dubbi sulla capacità di fermare la mano di un eventuale terrorista dei giorni nostri con questi argomenti.

Piaccia o no, uno Stato non è la Nutella e anche il migliore Stato può essere costretto a commettere nefandezze. L’11 luglio 2005, quattro giorno dopo gli attacchi alla metropolitana di Londra, undici agenti dei reparti speciali della polizia inglese uccisero un giovane brasiliano scambiato per un terrorista e pochi giorni fa Scotland Yard li ha prosciolti da ogni accusa, pur rinnovando le scuse alla famiglia dell’innocente assassinato. Nessun autorevole quotidiano o settimanale inglese ha pubblicato un manifesto di 800 firme di illustri intellettuali inglesi contro gli undici agenti assassini. Il Regno Unito è la patria della democrazia, ma evidentemente anche un sistema attento ai diritti dei cittadini come quello inglese, in stato di emergenza, dopo un attentato, ammette misure eccezionali, inaccettabili in situazioni di normalità. La bomba di piazza Fontana nel ’69 fu il primo attentato a cui il Paese si trovò di fronte. All’opposizione e alla cultura dell’epoca piacque pensare fosse lo Stato ad avere organizzato la strage, della cui matrice ancora oggi non si sa niente. Luigi Calabresi si convinse della pista anarchica, ma, quali fossero le sue responsabilità, è certo che se un commissario di polizia inglese avesse commesso errori e se anche in seguito ad essi fosse morto un innocente, i giornali non avrebbero scatenato una campagna tale da condurre altri terroristi a giustiziarlo.

La democrazia non è la Nutella e forse se le autorevoli firme degli anni di piombo che ancora oggi pontificano su giornali e tv riuscissero a comprenderlo, non avremmo più bisogno di lapidi alla memoria, né di lettere a giovani apprendisti assassini.

CommentiCommenti 11

uncorrect (non verificato) said:

Lo stato non sarà la Nutella, ma il paragone fra l'errore di Scotland Yard che ha portato all'uccisione (certo non programmata) di un innocente e la vicenda di un altro innocente che vola non si sa come dalla finestra di un commissariato mi pare non calzi... I giudici inglesi sono molto attenti a come vengono trattati i cittadini in stato di fermo

Anonimo (non verificato) said:

A me sembra invece che il parallelo tra la morte di Pinelli e quella del giovane brasiliano ucciso dai poliziotti inglesi sia calzante. "Anche il migliore Stato può essere costretto a commettere nefandezze", ma a patto che esse non restino impunite troppo a lungo: e questo proprio per separare la responsabilità dello Stato da quella di chi lo rappresentava in quel momento.

Il problema sta nella frase di Sofri: "un delitto commesso dallo Stato è peggio di un delitto privato". Questo è falso, salvo appunto che si tratti di delitti rimasti impuniti.
In tutti gli Stati di diritto è vero invece che un delitto commesso contro (un rappresentante de) lo Stato è più grave di un delitto privato. Per due buoni motivi: 1) lo Stato ha il monopolio esclusivo della forza; 2) il diritto di parola proprio del cittadino non può mai trascendere alle vie di fatto.
Il guaio di Sofri è che lui parla troppo, per essere un non-libero cittadino.

Cordiali saluti
Marco Rivalta

Gianluca (non verificato) said:

Lo Stato non può commettere nefandezze. Sono gli uomini a commettere nefandezze.
Così come occorre rispettare il gusto degli altri (sembra incredibile ma a me la Nutella non piace), io rispetto le opinioni di chi scrive, ma posso non condividerle, necessariamente.
Quando parliamo di un uomo ucciso per errore, come il caso del ragazzo brasiliano morto a Londra, non possiamo imputare la colpa allo Stato, anche se l'ordine è quello di sparare a vista, ma alla paura di un poliziotto che poteva avere di fronte a se un potenziale assassino armato di esplosivo. Non giustifico il caso, è disumano. Però lo giustifico se a morire è Carlo Giuliani, armato di estintore che cerca di colpire un carabiniere assediato in una jeep.
Non conosco le dinamiche della morte dell'anarchico Pinelli, ma Calabresi non è lo Stato. E quando è morto Calabresi non è morto lo Stato, ma un uomo.

Marco Rivalta (non verificato) said:

Allora mettiamola così: tu, Gianluca, sei in Inghilterra, USA o Francia, e ti capita di essere coinvolto nella morte di un semplice poliziotto (non dico un commissario).
Tanto per cominciare, ti beccano quasi subito e, se ti va bene, finisci sotto processo, un processo rubricato come "lo Stato contro Gianluca & C.". A questo punto tu come ti difendi? Dicendo che è tutto un equivoco, che allo Stato tu non hai fatto nulla? Suvvia...!

esnaider (non verificato) said:

che io ricordi la libertà dei moderni consiste nella libertà dalle costrizioni dello stato, non nella libertà d'ammazzare chi si SOSPETTA attenti alla sua sicurezza.
non credo che bastino le scuse per il ragazzo brasiliano ammazzato. Gli agenti e l'amministrazione andrebbero condannati a corposi risarcimenti che comunque non rimedierebbero al danno fatto. meglio un terrorista in giro che un innocente ucciso.
Su sofri c'è poco da dire, i fessi cui si riferisce sono figli e nipoti suoi.

Gianluca (non verificato) said:

Rispondo a Marco:
Se mi salvo dal linciaggio dei ''maiali blu'' e arrivo al processo, allora è il caso di stabilire se sono innocente o colpevole (prima di tutto).
In Italia la stampa mi avrebbe già condannato, ma non lo Stato con la S maiuscola, che forse dopo 15 anni di processi avrebbe ancora dubbi. Intanto io sarei libero di pubblicare libri e sparare cazzate in tv. Lo sapete che Renato Curcio scrive libri e firma autografi?
Rimango convinto: sono gli uomini a commettere nefandezze. Lo Stato è solo una parete di cartone.

P.s. Grazie Loquenzi anche per lo spazio dedicato alle repliche.

Anonimo (non verificato) said:

Dopo vent'anni di silenzio parla la vedova di Pinelli
"Non mi interessa la punizione ma chi sa parli"
"Verità sulla fine di mio marito
solo così si supera il passato"
di GIUSEPPE D'AVANZO

MILANO - "E' il mio destino ricordare. Per lungo tempo i ricordi mi venivano incontro e s'impadronivano della mia vita, quasi la schiacciavano. Sapevo di doverli tenere lontani, ma è un lavoro doloroso e spesso inutile. Ora, con quel che succede, i ricordi mi sono di nuovo tutti addosso e mi lasciano angosciata, pietrificata in un passato che non vuole passare. Guardi le mie mani...". Licia Pinelli abita in una via appartata nei pressi di Porta Romana. La casa è ordinata, e silenziosa, le stanze sono in ombra. Non sediamo in salotto, ma in cucina intorno al tavolo tondo con la cerata. Beviamo una gazzosa. Licia Pinelli stende le sue mani sul tavolo per fermarne il tremore. Quando finalmente decide di parlare ancora - ora ha le mani chiuse a pugno - dice con un soffio di voce e d'impeto, come per un'urgenza che le brucia in petto: "Immagino soltanto una soluzione per questa tragedia lunga trent'anni: chi, quella notte, era nella stanza al quarto piano della questura di Milano, parli, racconti la verità. La verità è giustizia e soltanto la verità potrà rimarginare le nostre ferite e liberarci del passato".

Quel che succede è questo: per il procuratore D'Ambrosio, "l'anarchico Valitutti" - era nel corridoio dell'ufficio politico della Questura di Milano la notte del 15 maggio di trent'anni fa, quando suo marito Pino Pinelli, ferroviere e anarchico, volò giù nel cortile - ha testimoniato che Luigi Calabresi non era in quella stanza...

"Non è vero, Lello Valitutti ha detto il contrario. Ha detto di non aver visto uscire Luigi Calabresi dalla stanza. Se il commissario non era uscito, vuol dire che era dentro".

Secondo lei, che cosa accadde in quella notte?
"Un giudice (Caizzi) ha parlato di 'morte accidentale', un altro (Armati) di 'suicidio', D'Ambrosio, infine, di 'disgrazia plausibile'. Io ho sempre immaginato che Pino sia stato duramente picchiato. Si è sentito male. Lo hanno creduto morto, lo hanno buttato giù dalla finestra".

La ricostruzione di D'Ambrosio è un'altra.
"Sì, D'Ambrosio descrive un'altra scena. L'interrogatorio è finito. Pino si alza. Accende una sigaretta. Si avvicina alla finestra. La ringhiera è bassa. Pino apre un battente che sbatte contro il muro. Si sente male. E' tra due poliziotti, Panessa e Mainardi. Precipita. Nessuno vede, tutti gli altri alzano gli occhi solo quando Pino cade giù e vedono Panessa che si sporge dietro di lui. Per trattenerlo, dice D'Ambrosio. Per spiegare che cade due o tre metri in fuori, il procuratore sostiene che c'è il malore e un appoggiarsi verso il vuoto. Anche D'Ambrosio non è sicuro del fatto suo. Dice che è una ricostruzione 'verosimile'. Verosimile per verosimile, ce n'è allora una terza".

Quale?
"D'Ambrosio ha ragione nella prima parte del racconto. L'interrogatorio è finito. Pino si accende una sigaretta. E' libero, sta per tornare a casa. E' allegro e come rinfrancato dopo tre giorni di pressioni. Forse troppo rinfrancato. A quel punto, non rinuncia alla battuta sarcastica. E' nel suo carattere. Sfotte i poliziotti e uno di loro cerca di mollargli un ceffone: ne resta traccia sul collo sotto forma di 'macchia ovolare'. Il colpo gli fa perdere l'equilibrio. Questa scena mette insieme molti dettagli. Il trambusto che avverte Valitutti, seduto in corridoio in attesa di essere interrogato. Il volo di Pino senza un grido. Quelli nella stanza che vedono solo le gambe, le scarpe di Pino che precipita e il brigadiere Panessa, il più vicino, che si sporge per afferrarlo".

Suo marito Pino le ha mai parlato di Luigi Calabresi?
"Una volta me ne ha parlato. Mi disse: 'C'è un giovane alla questura, è intelligente, ci si può parlare'".

L'anarchico si fidava del poliziotto?
"Pino era fatto così. In ognuno vedeva del buono, era pieno d'entusiasmo, ma non era uno sprovveduto. Calabresi era sempre un poliziotto".

E' stato scritto che tra loro, tra il commissario giovane e intelligente e l'anarchico generoso e appassionato, ci fosse una specie di amicizia. Si scambiavano libri ad esempio.
"Calabresi regalò a Pino 'Mille milioni di uomini' di Enrico Emanuelli. Pino allora aveva ricambiato Calabresi con una copia dell'Antologia di Spoon River che era il libro della sua vita. Nei quattordici anni che abbiamo vissuto insieme, ha sempre riletto quelle poesie aggiungendo, nelle pagine, piccoli biglietti con i suoi commenti. Così gli deve essere venuto naturale regalare il libro a Calabresi come avrebbe fatto con chiunque altro. Cose del tipo: sto leggendo questo libro, non lo conosci? Leggilo...".

Ha mai incontrato la vedova Calabresi?
"No".

L'ha mai sentita?
"No".

Non ha avuto mai voglia di condividere con lei i suoi ricordi?
"No, mai. Viviamo in due mondi diversi".

Ma il dolore che vi è stato inflitto non è lo stesso? Intorno a questo dolore comune non ha mai pensato che potesse nascere una solidarietà, e forse anche una comprensione?
"E' vero forse, ma la morte di Luigi Calabresi non mi risarcisce della morte di Pino".

Ha conosciuto il commissario?
"L'ho visto una sola volta, in tribunale durante il processo a Lotta Continua".

Che impressione ne ebbe?
"Mi ha fatto pena. Quando è entrato in aula, hanno preso a gridargli dal pubblico: 'Assassino!'. Per un attimo mi sono sentita nei suoi panni. La gente continuava a gridare e mi ha fatto pena".

Perché?
"Perché erano colpevoli tutti, non soltanto Luigi Calabresi, mentre in quell'aula, agli occhi della gente, soltanto lui era l'imputato, soltanto lui era il colpevole. Per me erano tutti imputati allo stesso modo, il questore, il prefetto, il ministro e ancora più su. Io non volevo, non trovavo giusto che si aggredisse il capro espiatorio. Per questo ne avevo pena".

Hai mai pensato che Calabresi potesse essere sincero nella sua ricostruzione dei fatti?
"Me lo ha chiesto anche Piero Scaramucci in un libro che abbiamo scritto venti anni fa ('Una storia quasi soltanto mia'). Gli risposi che se Calabresi avesse detto la verità, sarebbe subito venuto a dirmela quella sera stessa. Quando gli ho telefonato, quella notte, invece mi disse: 'Signora, abbiamo molto da fare!'. Non ho motivo per cambiare la mia risposta. Calabresi non ha mai detto davvero tutta la verità. All'inizio disse che Pino era 'fortemente indiziato'. Un mese dopo, che 'era una bravissima persona' e che 'non c'erano indizi contro di lui'".

Perché allora, dopo trent'anni e nella convinzione che Calabresi sia stato un capro espiatorio, non perdonare o pacificarsi con la famiglia Calabresi?
"Luigi Calabresi fu, sì, il capro espiatorio, ma anche il responsabile morale di quanto accadde in questura. Importa poco se fosse o non fosse nella stanza. Fu lui a convocare Pino in questura. Fu lui a trattenerlo nel suo ufficio illegalmente per tre giorni. Era il capo. Erano suoi gli uomini che lo interrogarono. Io li ho denunciati tutti e, oggi come ieri, non voglio far ricadere la responsabilità di quanto è accaduto soltanto su un'unica persona".

Quali sono state le sue reazioni quando hanno ucciso il commissario?
"Mi sono sentita derubata".
%0A
Perché?
"In quel momento, passato lo sgomento e la paura, ho capito che non avrei avuto più la verità che stavo cercando".

Per l'assassinio di Calabresi sono stati condannati Sofri, Bompressi e Pietrostefani...
"Io non credo alla loro colpevolezza. Anche a Lotta Continua, come a me, è stata sottratta la verità. La 'campagna' di Lotta Continua aveva lo scopo di dare una verità alla morte di Pino. Avevano ottenuto il processo, non avevano alcuna ragione di ucciderlo. Questo penso...".

Signora, ci deve essere da qualche parte una strada per chiudere questa stagione di odio e di morte. Non crede che ognuno, per la sua parte, dovrebbe cercarla?
"Io credo che quella strada possa essere soltanto la verità, non la menzogna o la disattenzione o l'oblio. Soltanto la verità potrà fermare il tremore delle mie mani, restituirmi una quiete capace di tenere lontani i ricordi. Voglio conoscere la verità. Non mi interessa la punizione dei colpevoli. Non mi piacciono le prigioni, non è in prigione che i colpevoli comprendono la natura dei propri errori. Voglio sapere chi ha fatto che cosa. Chiedo che siano attribuite delle responsabilità. Mio marito è entrato vivo in una questura, ne è uscito morto. Perché? E chi ne è responsabile? Uno Stato forte e credibile sa afferrare e sopportare la verità. Se è spaventato dalla verità, quello Stato rinuncia a se stesso, si indebolisce, perde, si dichiara sconfitto. Per ritornare alla sua domanda, la strada per chiudere questa maledetta stagione di odio può essere soltanto la giustizia".

Parola alquanto sbiadita, non le pare?
"Non parlo della giustizia dei tribunali, ormai. Per me, giustizia è la consapevolezza degli uomini di che cosa è accaduto. Che si sappia chi ha ucciso Pino. Chi ha ucciso Pino ne sia riconosciuto responsabile. Chi sa, trovi il coraggio di dire la verità: è la sola strada verso una pacificazione che sappia liberarci del passato".

(18 maggio 2002)

mildareveno (non verificato) said:

Daniela Coli: "e il comunicato finale “Giustizia è fatta”"

La frase "Giustizia è fatta" è un'invenzione. Il comunicato di Sofri suonava giustificazione ma non rivendicazione:

"L’omicidio politico non è certo l’arma decisiva per l’emancipazione delle masse.. così come l’azione armata clandestina non è certo la forma decisiva della lotta di classe nella fase che attraversiamo. Ma queste considerazioni non possono assolutamente indurci a deplorare l’uccisione di Calabresi, un atto in cui gli sfruttati riconoscono la propria volontà di giustizia"

mildareveno (non verificato) said:

Non esiste alcun comunicato finale "Giustizia è fatta" come falsamente scritto nell'articolo.

Il comunicato era:

"L’omicidio politico non è certo l’arma decisiva per l’emancipazione delle masse.. così come l’azione armata clandestina non è certo la forma decisiva della lotta di classe nella fase che attraversiamo. Ma queste considerazioni non possono assolutamente indurci a deplorare l’uccisione di Calabresi, un atto in cui gli sfruttati riconoscono la propria volontà di giustizia."

La differenza è evidente: "Giustizia è fatta" sarebbe sembrata una rivendicazione.