L'uovo di giornata

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Vorrei ma non posso. E’ l’eterno ritornello dei dimissionandi all’italiana: oggi l’ha cantato Gustavo Selva prima di ritirare le dimissioni per la sua bravata sull’ambulanza. E sempre oggi, seppure in falsetto, l’ha cantato anche Emma Bonino. Lei però, attenzione, non ha presentato le dimissioni: si è limitata a rimettere il mandato nelle mani del presidente del Consiglio.
A Emma che si picca di essere un ministro dallo stile anglosassone vorremmo dire: prova a tradurlo in inglese o semplicemente a farlo capire al tuo omologo del governo di Sua Maestà, vedrai che acrobazie.

La Bonino dunque ha rimesso questo mandato nelle mani di colui in cui bene o male è sempre stato, in attesa di sapere se la sua posizione sulle pensioni (contro l’abolizione dello scalone) sia compatibile con la politica del governo. Anche questo sarà più facile spiegarlo a Mastella che a qualsiasi altro ministro europeo. Ma cerchiamo di capirci: al netto dell’utilizzo di questa mossa in chiave anti-Capezzone (che sulle pensioni sta come un mastino a guardare cosa faranno i suoi ex compagni radicali), cosa si aspetta la Bonino?

Crede forse possibile che Prodi possa dirle: “ma no cara Emma, resta con me: piuttosto caccio via Ferrero, Pecoraro e tutta la compagnia. Sono loro a essere incompatibili”. O forse spera che lo stesso Prodi le dica: “hai ragione cara Emma, questo governo non fa per te. Vorrei poterti accontentare ma ho le mani legate: va’ per la tua strada e sii felice”. Emma sa benissimo che non finirà così.
E allora cos’altro? Nel migliore dei casi la Bonino infliggerà al paese una settimana di trattative, incontri, mediazioni, tira e molla e manfrine varie, al cui termine, in una bella conferenza stampa, lei e Pannella diranno di aver avuto tutte le garanzie del caso sulla loro “compatibilità”. Magari sventoleranno un nuovo decalogo, un addendum al programma, un preambolo al documento di Caserta e se ne riparlerà col fresco di settembre. Prodi confermerà in diretta al Tg1 dicendo che tutto va bene.

C’era bisogno di tutto questo? Non servirebbe un po’ più di parsimonia negli atti e nelle parole? Non sarebbe bello vedere un giorno delle vere dimissioni, delle sonore porte sbattute, sentire dei sì sì e dei no no? Macchè: abbiamo la Bonino che “rimette il mandato”, quasi fosse un boccone andato per traverso, ma “non minaccia dimissioni”. E abbiamo Gustavo Selva che spiega per 40 minuti ai senatori accaldati il perché e il per come non se ne può andare. E inventa una tale mole di corbellerie che basteranno per tutta la legislatura. Non era meglio dire: “non mi dimetto perché il senatore che viene dopo di me finisce che vota per il governo”. Bastavano 30 secondi e magari prendeva pure l’applauso.

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