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Le due sponde dell’Atlantico devono avvicinarsi. Fino a qualche mese fa l’idea – pur suggestiva – era brandita soprattutto con intenti retorici. 

Su questa sponda dell’Atlantico, quella europea, in pochi si sgolavano per segnalare l’importanza strategica e non formale del processo di convergenza politica ed economica tra Europa e Stati Uniti. 

Quanto sia importante, questa convergenza, lo sta mostrando il dollaro debole. 

Il biglietto verde depotenziato, infatti, crea non poche difficoltà ai traffici commerciali del Vecchio Continente, come denuncia Judy Shelton sul Wall Street Journal. 

Le differenze sui tassi di cambi – sia chiaro - non sono tutto.  C’è – ahinoi - molto di più: tanto in termini economici, quanto in termini politico strategici. Una analisi interessante, ad ampio, spettro l’aveva offerta Carlo Pelanda, un eclettico triestino abituato alla Guerra Fredda dai grandi blocchi contrapposti, con il suo “La Grande Alleanza”.

Il libro – scambiato erroneamente per un pamphlet da Andrea Gilli su Epistemes, in una lettura frettolosa e nozionistica del testo - era arrivato mentre si posavano le polveri dello scorso G8.

Un G8 che, alla vigilia della scossa subprime, aveva suggellato la nascita di un asse nippo-occidentale, che vede UE, USA e Giappone uniti sull’agenda strategica mondiale di questi anni.

Berlino, Londra e Parigi stanno definendo assieme una serie di tavoli di lavoro transatlantici (nome in codice: TAFTA, Trans-Atlantic Free Trade Agreement, poi rinominato più TEC, Trans-Atlantic Economic Community) per rinsaldare i legami euroamericani e pensare in grande.

L’idea di fondo -  tenuta sottotraccia per non turbare le anime belle - è che il confronto diretto con la Cina (non solo economico/finanziario) è alle porte.

Già oggi Pechino spacca l’America tra chi vuole mantenere il comando finanziario del pianeta e chi pragmaticamente sostiene che sia meglio riconoscere la realtà ed allearsi con i cinesi.

Sul versante europeo, l’obiettivo della cabina di regia anglo-franco-teutonica è quello di muovere verso un accordo progressivo e lento.

Ma l’attivismo dei fondi sovrani cinesi in America e il dollaro debole non consentono i tempi lunghi che la classe politica europea avrebbero desiderato.

Urgono tempi rapidi e interventi energici. Quali? L’autorevole think tank di Deutsche Bank ha chiesto senza mezzi termini (chi è interessato si legga il paper “Transatlantic integration – delivery time is now”, su www.dbresearch.com )un potenziamento immediato dei tavoli TEC per produrre risultati tangibili in tempi stretti.

E’ un messaggio al governo tedesco, che dei tavoli ha la gestione, seppur mediata dalla UE.

Un’altra proposta è quella del Premio Nobel Robert Mundell, il quale suggerisce un’unione  monetaria e di valuta tra il dollaro, l’euro e lo yen che potrebbe essere portata avanti allo stesso modo di quella europea.

CommentiCommenti 4

P.Franchese (non verificato) said:

Non voglio affatto sembare noioso; posso però gentilmente chiedervi di impaginare in altro modo gli articoli del dottor Gallante? Questo elenco di periodi è fastidiosissimo alla lettura.Cordiali saluti PF

felice (non verificato) said:

Sì, concordo con chi mi ha preceduto. Il tutto risulta altrimenti disarticolato.