Relazioni transatlantiche

Versione stampabile
Bush, Berlusconi

 

Su L’Occidentale del 13 giugno, Vittorio Gallante ha scritto un articolo sulla necessità di ravvicinare le due sponde dell’Atlantico. Nel corso dell'articolo, Gallante, oltre a fornire una tesi assai debole e contraddittoria, mi accusa di aver riassunto in maniera troppo sbrigativa le opinioni del professor Carlo Pelanda su questo argomento. In questo articolo cerco non solo di rispondere a questa sua critica diretta, ma anche di mostrare la fallacia delle argomentazioni proposte da Gallante.

L’idea di fondo dell'articolo è che finora non si sia mai fatto nulla per rafforzare in termini pratici l’alleanza transatlantica. Al di là di molti spunti retorici, non si sarebbe infatti mai operato in maniera concreta in questa direzione. Solo di recente, scrive Gallante, sarebbe cambiato qualcosa grazie alla proposta di formare un’area di libero scambio tra Europa e Stati Uniti, che, come conseguenza, dovrebbe avvicinare le due sponde dell'Atlantico – una necessità sempre più impellente data la crescita cinese.

In primo luogo, non è esattamente vero che non vi siano mai state proposte pratiche per meglio strutturare l’Alleanza atlantica. La più recente è stata formulata da 5 generali della NATO lo scorso autunno nel documento Towards a Grand Strategy for an Uncertain World, Renewing transatlantic Partnership. Negli anni passati, proposte di portata simile sono state formulate tanto da organi intergovernativi che para-statali. Sia il German Marshall Fund che il Council on Foreign Relations, per esempio, hanno avviato numerosi tavoli di discussione su questo tema, ognuno giunto a proposte concrete.

Allo stesso tempo, credere che le attuali proposte di libero scambio possano rappresentare un punto di svolta geostrategico nelle relazioni transatlantiche è tanto naive quanto bizzarro. Come i classici insegnano, la pace promuove i commerci, non viceversa. La storia è della stessa opinione. Risulta quindi difficile pensare che possa essere un accordo di libero scambio a favorire nuove alleanze geopolitiche. Piuttosto, è facile pensare che sia vero il contrario.

Il punto da sottolineare è che affinché l'alleanza atlantica si rafforzi sono necessari interessi convergenti e alleanze strategiche che li cementino. Gallante probabilmente non se ne è ancora accorto, ma sia Europa che Stati Uniti si sono sempre opposti a questo tipo di misure – la ragione è presto detta: i loro interessi sono sempre meno convergenti. Mi riferisco per esempio alla condivisione della tecnologia militare o all’integrazione politico-militare a livello transatlantico (NATO, PESD; WEU, etc.). Mi riferisco a cabine di regia economiche (in sede FMI) o militari: si vedano per esempio i dissidi in Afghanistan; senza parlare della comune ricerca di indipendenza (di cui esempio sono i programmi spaziali dell'Unione Europa o, simmetricamente, l'unilateralismo americano che ha caratterizzato la politica estera americana da Clinton a Bush). In tutti questi casi Europa e Stati Uniti non sono riusciti a trovare un modo per andare d’accordo. Difficilmente potranno qualcosa dei patti di libero commercio – sempre che vengano approvati da Washington.

Come già ricordato, le ragioni di questi impedimenti alla cooperazione sono strutturali – e nessun accordo di libero scambio può risolverli. Lo ammette inconsapevolmente lo stesso Gallante quando parla della necessità di un’alleanza strategica. Se bastassero gli accordi di libero commercio per favorire cooperazione internazionale e sviluppo, allora non servirebbe più un'alleanza di questo tipo per contrastare la Cina. Basterebbe proporre a Pechino un patto di libero commercio.

Il secondo problema dell’articolo di Gallante è l'evidente contraddizione delle sue idee. L'articolo inizia parlando di nuove proposte concrete, non solo retoriche, per rafforzare la cooperazione transatlantica. Più tardi, però, il suo articolo dà spazio prevalentemente a spunti retorici, oltretutto non esattamente appropriati. Ne è un esempio il riferimento ai lavori di Mundell e di Pelanda. Il primo propone un’integrazione monetaria tra Dollaro, Yen e Euro. Il secondo propone una grande alleanza militare tra USA, Europa e Russia, con una nuova forma di sovranità. Entrambi fanno proposte che vanno ben al di là dell'Atlantico. Il riferimento a questi spunti non pare dunque del tutto appropriato, oltre al fatto che sono tutto tranne che proposte concrete. Mundell parlò di integrazione monetaria nel 1961. Per arrivare all'Euro ci vollero 40 anni. L'integrazione monetaria tra le tre valute è del tutto inverosimile non solo nel lungo, ma anche nel lunghissimo periodo. Mentre la tesi di Pelanda si struttura su una nuova concezione di sovranità che sembra più che mai lungi dall'avverarsi.

Proprio per via del lavoro di Pelanda, però, arriva la critica nei miei confronti da parte di Gallante. Prendo nota del fatto che il massimo rimprovero che mi si può fare è quello di aver scambiato un libro per un pamphlet. Di fronte alla forza di queste argomentazioni c'è davvero da sentirsi disarmati. Ovviamente, se avessi commesso questo drammatico errore (un pamphlet è semplicemente un libro con poche pagine), chiederei scusa. Il punto è che ciò non è neppure successo.

Prima di concentrarsi sulla tesi di Pelanda e sulle mie critiche, conviene soffermarsi ancora sulla trattazione che Gallante offre dei Fondi Sovrani di Investimento. La motivazione che da qualche tempo molti analisti (veri o presunti) avanzano per suggerire di serrare le fila in chiave difensiva è quella della minaccia che questi fondi eserciterebbero sull'Occidente. Questa è una tesi neocospirazionista, che omette di analizzare i motivi della nascita dei fondi sovrani. Che sono semplicemente il frutto dell'accumulo di surplus valutari e dell'esigenza di diversificare gli investimenti di portafoglio che da tali surplus derivano. Non è con politiche protezionistiche che i due lati dell'Atlantico riusciranno a mantenere e consolidare una supremazia geostrategica. Gallante si accoda però a questa interpretazione senza sollevare il benché minimo dubbio sulla coerenza delle sue affermazioni.

A questo punto è opportuno focalizzarci su quanto dice Pelanda e su quanto io sostengo. Il prof. Pelanda sostiene che per contrastare l’ascesa della Cina sia necessaria un’alleanza tra USA, UE e Russia. Per via dell’attuale assetto istituzionale internazionale, l’alleanza potrebbe essere formalizzata solo attraverso un nuovo tipo di sovranità. L’analisi va oltre, ma quanto ho scritto basta per mostrarne tutti i suoi punti deboli.

In primo luogo, la cooperazione internazionale è ostacolata da quello che gli studiosi chiamano anarchia internazionale. In altre parole, a livello internazionale non c’è alcuna forma di garanzia sul comportamento altrui. Non c’è un tribunale efficace e non c’è soprattutto una forza in grado di eseguire eventuali sanzioni. L’unica legge che vige è quella del più forte. Gli Stati vivono dunque in uno stato perenne di insicurezza. Ciò li porta ad essere gelosi custodi della propria sovranità e dei loro strumenti di difesa. Questa situazione ha molti risvolti negativi: la cooperazione tra Stati è limitata sia nel tempo che nello scopo, con chiare conseguenze sulla stabilità internazionale. Gli Stati sono dunque disposti a cedere la loro sovranità solo se ciò può prevenire minacce superiori alla loro sicurezza nazionale. E’ il caso per esempio di Italia, Giappone e Germania nel Secondo Dopo-guerra – che comunque, più che disposti a cedere la loro sovranità, subirono la scelta di altri (... la legge del più forte di cui parlavamo in precedenza). Che simili cessioni di sovranità si possano verificare di nuovo in futuro sembra abbastanza difficile. Che a cedere la loro sovranità siano gli Stati più forti pare assolutamente impossibile. Se l’Irlanda ha rifiutato il Trattato di Lisbona, non si capisce davvero come lo potrebbero accettare gli USA o la Russia.

La tesi di Pelanda è che la minaccia cinese sarà tale da non lasciare alternative. Una lettura attenta dei fatti suggerisce una diversa interpretazione. Nel giro di una ventina d’anni, specie se l’integrazione Europea andrà a compimento dando vita ad uno Stato, il panorama internazionale sarà popolato da alcune Grandi Potenze: USA, UE, Russia, Cina, India e, forse, Brasile. Gli USA saranno forse ancora i più forti, seguiti a ruota dalla Cina. Gli altri verranno dopo. Nessuno, tra questi, sarà però nettamente più debole degli altri. Risulta altresì difficile pensare che Russia, USA e UE si uniscano per bilanciare una minaccia che, comunque, sarà ancora limitata in termini relativi. La Cina, infatti, dovrà fronteggiare la sfida geopolitica di India, Russia, Giappone, Pakistan, Indonesia e Vietnam. Dall'altra parte, se anche la minaccia cinese fosse così imponente, l'alleanza proposta da Pelanda continuerebbe a soffrire di gravi problemi di coordinamento che la ucciderebbero sul nascere. In passato, difatti, nessuna alleanza è riuscita a prendere una forma strutturale. La NATO, in questo senso, è più un'eccezione che una regola – non a caso essa sta attraversando la sua crisi più drammatica. Senza contare che in passato, nessuna alleanza si è formata su cessioni di sovranità – per contenere la Germania nazista, né la Russia né l’Inghilterra cedettero i loro poteri a Washington.

In conclusione, la tesi di Pelanda, per quanto avvincente, si basa su assunti discutibili e formula postulati molto dubbi, sia a livello analitico-concettuale che pratico. Il tema della cooperazione transatlantica è di enorme importanza. Per questa ragione va trattato con più cura e competenza di quella mostrata da Gallante. Discutere di questi temi è assolutamente importante. Lanciare accuse vaghe e banali non è esattamente il modo migliore per farlo.

 

Andrea Gilli è Ricercatore Associato in Relazioni Internazionali di Epistemes – Studi Economici e Politici

Aggiungi un commento